Ciao lettori
Quando si dice 'la notte porta consiglio', in realtà s'intende 'porta ispirazione'. Stanotte non dormiamo e scriviamo di aneddoti leggeri. Siamo felici da fare schifo, e sorridiamo a tutti come nelle foto dell'asilo.
Enjoy good vibes e amicizia.
Bobby ha conosciuto una ragazza due giorni fa. Bobby è il mio migliore amico, mi ha insegnato a scrivere il mio nome prima che andassi a scuola, perché lui già conosceva l'alfabeto. Grazie a lui, quindi, pensavo di essere nel giusto quando sillabavo M A D E L E I N orgogliosamente il primo giorno di elementari. Il primo epic fail in una classe di sconosciuti poppanti lo devo a lui, e all'incredibile influenza che esercita su di me.
Ci raccontiamo molto di quello che ci accade, ascoltandoci attentamente, ma interrompendo continuamente il filo dei nostri discorsi, perché crediamo che le connessioni aperte non vadano chiuse immediatamente in nome della logica di un discorso. Dico 'Cazzo mi ha fatto arrabbiare talmente tanto ieri che l'ho silenziato su whatsapp per un giorno intero pur di non sentirlo!', e Bob commenta 'Ma whatsapp ha cambiato nuovamente interfaccia!!! Non gli sto dietro...'; io rispondo 'Che poi, dimmi se non ho ragione eh, puoi smaronarmi perché mi senti distante per qualche giorno e poi non ricordarti mai mai mai di fare quello che ti chiedo, tipo aggiustare una cazzo di porta!? Puoi essere così infantile!? Puoi!?', e Bobby chiosa 'Ma vi si è rotta ancora la porta!? Vengo io ad aggiustartela domani, tranquilla'.
Di solito non arriviamo mai da nessuna parte quindi, eccezione fatta per la porta della cucina che finalmente si chiude.
Siamo due abbastanza tranquilli, a cui piacciono sostanzialmente le stesse cose: le cene rilassate, la musica alta in macchina, il profumo della cucina di Bob quando mi invita da lui e brindiamo alla giornata conclusa, il blu del mare di casa mia a giugno quando ci siamo solo noi due a spalmarci la crema.
Non ci amiamo, non come una coppia, perché manca, reciprocamente, attrazione fisica, bollore in vena, arrapamento, voglia di sesso tenero e/o selvaggio, imbarazzo di qualsiasi sorta. Forse, attorno ai sedici anni, un pensierino ce l'ho fatto, ma ero piena di comedoni in viso e non l'ho mai visto guardarmi come, invece, guardava una certa Lisa, o Anna, o Betta. Se le mangiava con gli occhi, affinando il metodo conquista dopo conquista. Alle ragazze piaceva, anzi direi piace tuttora, perché è uno che se la gioca bene: ti punta, ti mira, sposta il fucile appena prima di centrarti in fronte, ti sfiora al primo colpo, per darti l'impressione di non provarci con troppa convinzione, si lascia avvicinare, ti frega. Si innamora anche, e questo non lo dico perché sia la sua migliore amica: gli piacciono le donne, il loro sapore morbido e spigoloso, il modo in cui si toccano i capelli e gli sorridono, e non ha ancora trovato la sua musa.
Questo fino a due giorni fa, quando mi ha confidato di avere incontrato una tizia, al bancone del bar sotto casa. Una nuova, dice, forse appena trasferita, che stava parlando al cellulare quando lui è entrato e salutato i ragazzi e le ragazze in sala. Si è presentato alla sconosciuta, fingendo di sederle per caso vicino, e per caso toccarla dentro, e per caso chiederle 'pardon, non ti avevo vista', e per caso sorriderle con quella smorfia da Bingo! che ogni tanto fa anche con me (per tenersi in esercizio, dice). Sta di fatto che la tipa è una simpatica, oltre che molto bella, che hanno parlato due ore, che non si è fatta pagare da bere, ma che gli ha lasciato il numero 'Chiamami se ti va, ok?'. Gli piace, ne stiamo discutendo da mezz'ora in chat, e io avrei pure un po' di sonno arretrato da recuperare; ma Bobby non mi molla. Alla fine l'ho chiamato su skype, perché stavo scrivendo in rumeno ormai. Non capisco cosa abbia questa ragazza da mandarmelo in sbattimento.
Scusa ma perché non la chiami? Ti ha dato il numero, è andata via liscia, non ha fatto la gatta muerta...
E cosa le dico?
Ma sei scemo!? Ciao sono io, quello del bar, usciamo, ti va? Dovrebbe bastare.
Non è il tipo.
Il tipo di cosa? Il tipo di che?
Da uscire così, su due piedi.
Ma cosa stai dicendo!? Guarda che se ti lascia il cellulare è perché vuole essere chiamata.
Si, ma...
Ooooh! Ok, cosa c'è che mi sfugge alle 4 di notte?
Mi imbarazza. Mi mette a disagio. Non ha funzionato il sorriso, sai quello che...
Sì sì, vai avanti, so come sorridi.
... non ha mai ammiccato, non è mai stata minimamente maliziosa, non mi ha mai toccato mentre parlavamo.
Hai letto troppi Cosmopolitan al cesso Bob.
Ma no, fidati. Non credo abbia capito che la stavo rimorchiando, più probabilmente avrà pensato sia stato uno gentile nel vederla sola.
EH!?!?!? Oddio ma questa ti piace per davvero! Cioè la ragazza ti ha mandato in cortocircuito. Che amore!
Piantala di dire cazzate, sono serio.
Anche io! Adesso però devi chiamarla, e balbettarle qualcosa di molto stupido che ti farà sentire un idiota, e sudare le mani, e tremare la voce.
Non mi trema mai la voce.
Scommetto che Cosa Qui te la farà tremare ehehe. Comunque, di cosa stiamo parlando Bob? Del nulla cosmico che si espande in altrettanto nulla cosmico. Ci hai parlato per due ore, stop. Non è successo nulla, e al massimo, se è come dici tu, se è una pura di cuore che ti ha trovato molto cortese ed educato, allora sarà gentile quanto lo sei stato tu nel declinare l'uscita. Non vedo complicazioni, a meno che...
...
A meno che tu ci voglia uscire davvero molto, molto, ma molto. Quanti 'molto' vuoi conoscerla, da uno a dieci?
Dieci. E non chiedermi perché, visto che sto frequentando la tizia del mare senza alcun problema.
Ah già vero, c'è ancora la ragazzina del mare. Che bellina, lei mi piace cazzo, non ci avevo pensato. E' molto sexy con quegli occhi da cucciolo di foca e la boccuccia di rosa appena colta. E poi ha due tette! Sai che non smettevo di fissargliele!? Ahahah!
Ahahah! Cazzo vero! Mi deve aver chiesto se fossi lesbica!
Che gli hai detto?
Sì, sei lesbica per lei. Le ho detto che stai attraversando una fase difficile, in cui stai esplorando la tua sessualità, ma che fondamentalmente ti piacciono le donne.
Che stronzo bastardo, se ha un fratello arrapante la metà di quanto lo è lei ti ammazzo.
Ahahah!
Ahahah!
....
Quindi che famo? La chiamiamo?
Chi?
Ciao cicciopasticcio, è stato bello.
Sì, la chiamo. Ci sto già ricamando troppo sopra. Ma mi ha spiazzato.
Eh... E' bello sentirtelo dire, mi si stringe il cuore sotto il pigiama cazzo. Sono emozionata.
Ora non esagerare.
Ok, allora domani fammi sapere come va.
Ok, notte Madelein.
Notte Bob.
Si sono sentiti. La tizia, ovviamente, aveva capito cosa stesse accadendo al bancone due sere prima, e Bob si è rilassato quando ha notato che il suo sorriso, alla fine, aveva fatto centro. And the beat goes on.
La palestra della scrittrice. Costanza, volontà, errori, refusi. Open 24/7, ingresso libero, commenti ben accetti. Enjoy.
mercoledì 7 maggio 2014
lunedì 5 maggio 2014
The beat goes on sempre e x sempre
Ciao lettori
Maggio ci catapulta lontano.
Enjoy the movie once the tale is over The 25th Hour (spoiling ending scene), by Spike Lee
L'ho portata in un altro continente, perché desiderava conoscere altri bambini. Mia madre ha suggerito di iscriverla in piscina, ma Vivienne le ha sorriso a denti stretti, sgranando gli occhioni, fingendo come ha imparato a fare per non ferire la nonna e i suoi velati consigli. 'Voglio giocare con i bambini di Harlem, mami, non mi frega niente di stare a galla in una pozza di cloro dietro casa'. Ho interpretato così la sua espressione, e siamo partite, lasciando un messaggio in segreteria a mia madre: "Niente piscina per il momento, ti chiamo appena atterriamo. Baci!'.
Il tassista non smetteva di guardare la mia bambina. 'E' sempre così?' - 'No no no... Sa stare seduta sul sedile solitamente, ma è un po' eccitata dal panorama. Le sta dando fastidio?' - 'Assolutamente no, Mad'me. E poi mi sta pulendo tutti i finestrini dell'auto col nasino! Ahahah! La lasci fare'.
Vivienne non ha dormito mai, e, quando scrivo mai, intendo il completo lasso di tempo: 24/7 sveglia, emozionata, commossa, pensierosa, curiosa e silenziosa. Canticchiava ogni tanto, del resto c'era musica ovunque: il ritmo delle auto della polizia, con le loro sirene come nei film di Spike Lee, i martelli pneumatici dei lavori tra la 5th e Madison Av, gli ipod dei nostri vicini in metropolitana salendo verso Harlem, le cornamuse appena fuori da Grand Central Station. La mia bambina muoveva il collo appena, cogliendo i battiti infiniti della città.
Abbiamo assaggiato ogni cibo e bevanda avessimo occasione di comprare: una cheesacake dalla consistenza marmorea e burrosa, che avrebbe sfamato l'elefantino che Vivienne mi ha chiesto di adottare per Natale. Poi carne rossa morbidissima e veggies, smoothies energetici ai martilli, gamberetti giganti - quasi parlanti al Chelsea Market, uova cremose dentro un bagel dorato, patate come se piovessero, petto di pollo in salsa di limone e vino, pudding caramellato al cognac, cappuccini in cartoni coi nostri nomi scritti sopra. Sorridevamo l'una all'altra, strizzandoci l'occhio ogni volta ci sentivamo dire 'Ooooh Ittttalia! Scusa, grazzzzie, wonderful!!!!!!!!!'. E così Viv ha scoperto che al mondo esiste gente più entusiasta di lei.
A Coney Island, prima di toccare l'oceano freddissimo e passeggiare verso Little Odessa e i suoi russi, abbiamo morso il nostro primo hot dog con mostarda; mentre ai piedi di Wall Street ci siamo concesse la schifezza assoluta, un pretzel ripieno di cheddar arancione fluo, che avrebbe potuto risplendere nella notte. Dopo un bicchierone di Real American Coke abbiamo rischiato il coma da zuccheri; ma i nostri stomaci si abituano presto a tutto, e nessuno è stato male.
Abbiamo imparato a fermare i taxi per strada: intimidite la prima volta, disinvolte le restanti, alzavamo le braccia al cielo, infilandoci dentro al primo che ci caricava e, per lo meno io, pregando in silenzio affinché usasse il freno almeno agli incroci.
Camminando per Hell's Kitchen siamo salite sulla High Line: vecchie rotaie che accarezzano i tetti di Chelsea fino al Meatpacking District, dove pure Renzo Piano ha uno studio.
Siamo rimaste sbalordite dai cinesi di Chinatown: 'Mamma, scusa, ma quanti sono!?'.
Avevamo sempre un motivo in testa, e abbiamo canticchiato per strada, camminando stanche, lamentandoci a vicenda. 'Mamma mi fanno male i piedi' - 'Anche a me, è genetico. Facciamo una corsa per non pensarci troppo mh!?'. Viv non esitava, e si lanciava braccia aperte e muffin stretto in mano per le strade di Brooklyn Heights, il quartiere benestante al di là dell'East River dove ci piacerebbe tanto vivere un giorno, quando saremo ricche e avremo il cane da pisciare.
Ci siamo perse al Met, commuovendoci davanti al servizio di insalatiere in vera e originale e sola porcellana di Sevres. Uno spettacolo, ci siamo dette: se piangiamo per due piatti dipinti di rosa, azzurro e verde acqua, siamo delle anime sensibilissime. Abbiamo fotografato i quadri di Matisse, per farli vedere a nonno una volta tornate, immaginando come si sarebbe divertito al MoMa. A lui dobbiamo l'amore per i colori, le sfumature, il senso delle linee e delle proporzioni che l'arte insegna alla vita di tutti i giorni.
Viv ha conosciuto una barcata di bambini, dopotutto era il motivo per cui siamo partite. Ho l'impressione le siano piaciuti più o meno tutti: hanno caschetti a forma di anguria per andare sui pattini, skateboard e biciclette, e sembrano vestirsi a caso, esattamente come lei.
Abbiamo una miriade di foto bruttissime e fuori fuoco che stiamo riordinando, per non dimenticare la sensazione travolgente avuta la prima sera, quando il tassista cortese ci ha lasciate sulla Lexington. Voltandoci per raccogliere i bagagli abbiamo visto quanto siamo piccole ai piedi del più bel grattacielo della città e ai suoi gargoyle in acciaio. Vivienne ha fatto ROAR, e lì ho capito che dovrò lavorare tantissimo e risparmiare altrettanto per permetterle di frequentare il college qui, o pagarle il viaggio di sola andata e lasciarle fare la cameriera in un locale dell'East Village, in cerca della sua storia.
Maggio ci catapulta lontano.
Enjoy the movie once the tale is over The 25th Hour (spoiling ending scene), by Spike Lee
L'ho portata in un altro continente, perché desiderava conoscere altri bambini. Mia madre ha suggerito di iscriverla in piscina, ma Vivienne le ha sorriso a denti stretti, sgranando gli occhioni, fingendo come ha imparato a fare per non ferire la nonna e i suoi velati consigli. 'Voglio giocare con i bambini di Harlem, mami, non mi frega niente di stare a galla in una pozza di cloro dietro casa'. Ho interpretato così la sua espressione, e siamo partite, lasciando un messaggio in segreteria a mia madre: "Niente piscina per il momento, ti chiamo appena atterriamo. Baci!'.
Il tassista non smetteva di guardare la mia bambina. 'E' sempre così?' - 'No no no... Sa stare seduta sul sedile solitamente, ma è un po' eccitata dal panorama. Le sta dando fastidio?' - 'Assolutamente no, Mad'me. E poi mi sta pulendo tutti i finestrini dell'auto col nasino! Ahahah! La lasci fare'.
Vivienne non ha dormito mai, e, quando scrivo mai, intendo il completo lasso di tempo: 24/7 sveglia, emozionata, commossa, pensierosa, curiosa e silenziosa. Canticchiava ogni tanto, del resto c'era musica ovunque: il ritmo delle auto della polizia, con le loro sirene come nei film di Spike Lee, i martelli pneumatici dei lavori tra la 5th e Madison Av, gli ipod dei nostri vicini in metropolitana salendo verso Harlem, le cornamuse appena fuori da Grand Central Station. La mia bambina muoveva il collo appena, cogliendo i battiti infiniti della città.
Abbiamo assaggiato ogni cibo e bevanda avessimo occasione di comprare: una cheesacake dalla consistenza marmorea e burrosa, che avrebbe sfamato l'elefantino che Vivienne mi ha chiesto di adottare per Natale. Poi carne rossa morbidissima e veggies, smoothies energetici ai martilli, gamberetti giganti - quasi parlanti al Chelsea Market, uova cremose dentro un bagel dorato, patate come se piovessero, petto di pollo in salsa di limone e vino, pudding caramellato al cognac, cappuccini in cartoni coi nostri nomi scritti sopra. Sorridevamo l'una all'altra, strizzandoci l'occhio ogni volta ci sentivamo dire 'Ooooh Ittttalia! Scusa, grazzzzie, wonderful!!!!!!!!!'. E così Viv ha scoperto che al mondo esiste gente più entusiasta di lei.
A Coney Island, prima di toccare l'oceano freddissimo e passeggiare verso Little Odessa e i suoi russi, abbiamo morso il nostro primo hot dog con mostarda; mentre ai piedi di Wall Street ci siamo concesse la schifezza assoluta, un pretzel ripieno di cheddar arancione fluo, che avrebbe potuto risplendere nella notte. Dopo un bicchierone di Real American Coke abbiamo rischiato il coma da zuccheri; ma i nostri stomaci si abituano presto a tutto, e nessuno è stato male.
Abbiamo imparato a fermare i taxi per strada: intimidite la prima volta, disinvolte le restanti, alzavamo le braccia al cielo, infilandoci dentro al primo che ci caricava e, per lo meno io, pregando in silenzio affinché usasse il freno almeno agli incroci.
Camminando per Hell's Kitchen siamo salite sulla High Line: vecchie rotaie che accarezzano i tetti di Chelsea fino al Meatpacking District, dove pure Renzo Piano ha uno studio.
Siamo rimaste sbalordite dai cinesi di Chinatown: 'Mamma, scusa, ma quanti sono!?'.
Avevamo sempre un motivo in testa, e abbiamo canticchiato per strada, camminando stanche, lamentandoci a vicenda. 'Mamma mi fanno male i piedi' - 'Anche a me, è genetico. Facciamo una corsa per non pensarci troppo mh!?'. Viv non esitava, e si lanciava braccia aperte e muffin stretto in mano per le strade di Brooklyn Heights, il quartiere benestante al di là dell'East River dove ci piacerebbe tanto vivere un giorno, quando saremo ricche e avremo il cane da pisciare.
Ci siamo perse al Met, commuovendoci davanti al servizio di insalatiere in vera e originale e sola porcellana di Sevres. Uno spettacolo, ci siamo dette: se piangiamo per due piatti dipinti di rosa, azzurro e verde acqua, siamo delle anime sensibilissime. Abbiamo fotografato i quadri di Matisse, per farli vedere a nonno una volta tornate, immaginando come si sarebbe divertito al MoMa. A lui dobbiamo l'amore per i colori, le sfumature, il senso delle linee e delle proporzioni che l'arte insegna alla vita di tutti i giorni.
Viv ha conosciuto una barcata di bambini, dopotutto era il motivo per cui siamo partite. Ho l'impressione le siano piaciuti più o meno tutti: hanno caschetti a forma di anguria per andare sui pattini, skateboard e biciclette, e sembrano vestirsi a caso, esattamente come lei.
Abbiamo una miriade di foto bruttissime e fuori fuoco che stiamo riordinando, per non dimenticare la sensazione travolgente avuta la prima sera, quando il tassista cortese ci ha lasciate sulla Lexington. Voltandoci per raccogliere i bagagli abbiamo visto quanto siamo piccole ai piedi del più bel grattacielo della città e ai suoi gargoyle in acciaio. Vivienne ha fatto ROAR, e lì ho capito che dovrò lavorare tantissimo e risparmiare altrettanto per permetterle di frequentare il college qui, o pagarle il viaggio di sola andata e lasciarle fare la cameriera in un locale dell'East Village, in cerca della sua storia.
mercoledì 16 aprile 2014
To Our Precious Love
Ciao lettori
Se sentite tirare la pelle sotto i vestiti, la soluzione è semplice e banale: toglieteveli, c'è il sole e state sbocciando anche voi, nonostante tutto.
Enjoy companeros.
Ci siamo promessi amore eterno, ricordi? Eravamo io, Fidel, Paco Pena e Compay Segundo e tu ridevi guardandoci, perché sapevi che non capivo quello che mi dicevano. Ma so annuire e defilarmi nel momento opportuno, un attimo prima che inizi la rivoluzione.
Avevamo già fatto la nostra lotta del resto, e non avrei trovato la forza per alzare la bandiera sopra le nostre teste. E' una colpa ritirarsi dal campo? Lo pensi davvero? Beh, potevi rimanere tu, lasciarti trascinare dai combattenti e compiere gesta eroiche. Ero stanca, anzi no, stanchissima, e desideravo una costoletta d'agnello croccante, un dolce morbido e fatto in casa, un bicchiere di vino e il silenzio dei perdenti attorno. L'hai notato anche tu? Stare con chi non ce l'ha fatta, in fin dei conti, non mi dispiace. Hanno aneddoti tristi da raccontare, visi malconci la sera attorno al fuoco, e sanno stare al loro posto. Sarà la consapevolezza del fallimento, che ne so, la calma di chi non ha nulla di cui vantarsi.
Ci siamo giurati comprensione, intelligenza, carisma e, per lo meno io, notti insonni ad aspettare la notte giusta. Che poi è arrivata. Da lì in poi è stato diverso; non credo allo stesso modo per entrambi, il tuo volto non mi aiutava a capire cosa pensassi, e Vivienne era la mia croce e la mia delizia. Mi sono lasciata assorbire, ma credimi, non ho mai smesso di volerti. Una voglia strana, agrodolce, quasi sempre amara all'inizio, eppure. Eppure alla fine mi sono sempre trovata con le mani piene di miele appiccicoso.
Vivienne è un orsetto insaziabile, mi ruba la vita, e contro di lei non combatto. Vince, come hai vinto tu. Sono la perdente del gruppo, l'ultima del peloton, e non sai quanta tranquillità mi dia questa sensazione. Non ti ho rincorso allora, non lo farò certo adesso. Mi si scompigliano i capelli, sento le gambe molli e chiedermi in continuazione se sia la cosa giusta da fare mi porterebbe all'esaurimento. E poi c'è Vivienne, che canta per me, balla per me, ride alle farfalle e sì, questo va sottolineato, si stupisce ancora quando il cane della vicina le ciuccia la mano, invece di accarezzargliela. Credo le faccia un po' schifo, perché si pulisce immediatamente sulla mia gonna: non le piace essere leccata, in questo ha preso da me. Parla con la bestiolina, si piega sulle ginocchia, storta la testa tutta d'un lato fino a toccare terra, impaurita prova a toccare il bastardino ma poi niente, quando quello la riempie di saliva scappa e, appunto, mi zozza i vestiti. Le dico che è normale, gli animali fanno così, vogliono giocare e se sei calma e li aspetti con la manina tesa, ad un certo punto la piantano di imbrattarti e si lasciano anche accarezzare. Viv non ne è convinta, ma ogni giorno ci riprova. E' forte, o forse ha la memoria a breve termine che non gira benissimo. Chissà, vedremo.
Dicevo che ti ho scelto, che con te ho messo al mondo una bambina, e che sono felice nonostante ci siano momenti, giorni, intere settimane per non parlare di mesi, in cui siamo così lontani che a stento ricordo il tuo nome. Anche qui, come sopra, permetto all'ansia di invadere i confini del mio corpo e del mio ragionamento; mi torturo, costruendo illazioni, formulando ipotesi e infine mi addormento sotto il peso del dubbio. 'Domani è un altro giorno', quella viziata di una Rossella l'aveva detto del resto: così succede che mi sveglio e non avverto più alcun peso, e piano piano ti dimentico. C'è Vivienne, con i suoi primi problemi, a tenermi sull'attenti: vomita il latte ogni tanto, due denti nuovi la fanno piangere un po' più del solito, si alza la gonna in continuazione perché le piace far vedere le mutande ai passanti. Forse avremmo dovuto chiamarla Marylin. Verso le sette, quando siamo finalmente solo noi due, in cucina a preparare qualcosa di commestibile e gustoso, Viv ha preso l'abitudine di aggrapparsi alla mia gamba nuda, come un koala: vuole ciondolare come un animaletto, e dovresti vederla, ride a perdifiato da sola, mentre io giro il sugo. Le parlo, le chiedo come sta, cosa ha fatto al nido: lei balbetta qualcosa che potrebbe essere 'fantastico mamma, ci siamo spaccati sullo scivolo fino alla merenda e poi ciao tutti a casa, bella zio', ma anche 'è stato come sempre un gran piacere condividere la giornata con i miei compagni, sono tutti molto gentili e il pomeriggio è stato gradevole'. E' bello conoscerla sera dopo sera, mi piace, lo sai, fantasticare sul suo carattere.
Ti scrivo tutto perché so ti manca questo batuffolo di ciccia e cioccolato. Ma amore, Viv ti saluta sempre prima di andare a letto. 'Notte papà', questo sono certa lo dica esattamente così, sono due parole e con l'esercizio è diventata brava.
Ti aspettiamo come sempre, ma se non ci trovi sul divano a fare la calza, cercaci tu, perché potremmo essere ingiringiro a scoprire il perché delle cose, il sapore del gelato al lampone, e il colore delle pareti delle case, sbirciando alle finestre altrui.
Ah, ovviamente mi manchi, ma questa è un'altra storia.
xoxo
Se sentite tirare la pelle sotto i vestiti, la soluzione è semplice e banale: toglieteveli, c'è il sole e state sbocciando anche voi, nonostante tutto.
Enjoy companeros.
Ci siamo promessi amore eterno, ricordi? Eravamo io, Fidel, Paco Pena e Compay Segundo e tu ridevi guardandoci, perché sapevi che non capivo quello che mi dicevano. Ma so annuire e defilarmi nel momento opportuno, un attimo prima che inizi la rivoluzione.
Avevamo già fatto la nostra lotta del resto, e non avrei trovato la forza per alzare la bandiera sopra le nostre teste. E' una colpa ritirarsi dal campo? Lo pensi davvero? Beh, potevi rimanere tu, lasciarti trascinare dai combattenti e compiere gesta eroiche. Ero stanca, anzi no, stanchissima, e desideravo una costoletta d'agnello croccante, un dolce morbido e fatto in casa, un bicchiere di vino e il silenzio dei perdenti attorno. L'hai notato anche tu? Stare con chi non ce l'ha fatta, in fin dei conti, non mi dispiace. Hanno aneddoti tristi da raccontare, visi malconci la sera attorno al fuoco, e sanno stare al loro posto. Sarà la consapevolezza del fallimento, che ne so, la calma di chi non ha nulla di cui vantarsi.
Ci siamo giurati comprensione, intelligenza, carisma e, per lo meno io, notti insonni ad aspettare la notte giusta. Che poi è arrivata. Da lì in poi è stato diverso; non credo allo stesso modo per entrambi, il tuo volto non mi aiutava a capire cosa pensassi, e Vivienne era la mia croce e la mia delizia. Mi sono lasciata assorbire, ma credimi, non ho mai smesso di volerti. Una voglia strana, agrodolce, quasi sempre amara all'inizio, eppure. Eppure alla fine mi sono sempre trovata con le mani piene di miele appiccicoso.
Vivienne è un orsetto insaziabile, mi ruba la vita, e contro di lei non combatto. Vince, come hai vinto tu. Sono la perdente del gruppo, l'ultima del peloton, e non sai quanta tranquillità mi dia questa sensazione. Non ti ho rincorso allora, non lo farò certo adesso. Mi si scompigliano i capelli, sento le gambe molli e chiedermi in continuazione se sia la cosa giusta da fare mi porterebbe all'esaurimento. E poi c'è Vivienne, che canta per me, balla per me, ride alle farfalle e sì, questo va sottolineato, si stupisce ancora quando il cane della vicina le ciuccia la mano, invece di accarezzargliela. Credo le faccia un po' schifo, perché si pulisce immediatamente sulla mia gonna: non le piace essere leccata, in questo ha preso da me. Parla con la bestiolina, si piega sulle ginocchia, storta la testa tutta d'un lato fino a toccare terra, impaurita prova a toccare il bastardino ma poi niente, quando quello la riempie di saliva scappa e, appunto, mi zozza i vestiti. Le dico che è normale, gli animali fanno così, vogliono giocare e se sei calma e li aspetti con la manina tesa, ad un certo punto la piantano di imbrattarti e si lasciano anche accarezzare. Viv non ne è convinta, ma ogni giorno ci riprova. E' forte, o forse ha la memoria a breve termine che non gira benissimo. Chissà, vedremo.
Dicevo che ti ho scelto, che con te ho messo al mondo una bambina, e che sono felice nonostante ci siano momenti, giorni, intere settimane per non parlare di mesi, in cui siamo così lontani che a stento ricordo il tuo nome. Anche qui, come sopra, permetto all'ansia di invadere i confini del mio corpo e del mio ragionamento; mi torturo, costruendo illazioni, formulando ipotesi e infine mi addormento sotto il peso del dubbio. 'Domani è un altro giorno', quella viziata di una Rossella l'aveva detto del resto: così succede che mi sveglio e non avverto più alcun peso, e piano piano ti dimentico. C'è Vivienne, con i suoi primi problemi, a tenermi sull'attenti: vomita il latte ogni tanto, due denti nuovi la fanno piangere un po' più del solito, si alza la gonna in continuazione perché le piace far vedere le mutande ai passanti. Forse avremmo dovuto chiamarla Marylin. Verso le sette, quando siamo finalmente solo noi due, in cucina a preparare qualcosa di commestibile e gustoso, Viv ha preso l'abitudine di aggrapparsi alla mia gamba nuda, come un koala: vuole ciondolare come un animaletto, e dovresti vederla, ride a perdifiato da sola, mentre io giro il sugo. Le parlo, le chiedo come sta, cosa ha fatto al nido: lei balbetta qualcosa che potrebbe essere 'fantastico mamma, ci siamo spaccati sullo scivolo fino alla merenda e poi ciao tutti a casa, bella zio', ma anche 'è stato come sempre un gran piacere condividere la giornata con i miei compagni, sono tutti molto gentili e il pomeriggio è stato gradevole'. E' bello conoscerla sera dopo sera, mi piace, lo sai, fantasticare sul suo carattere.
Ti scrivo tutto perché so ti manca questo batuffolo di ciccia e cioccolato. Ma amore, Viv ti saluta sempre prima di andare a letto. 'Notte papà', questo sono certa lo dica esattamente così, sono due parole e con l'esercizio è diventata brava.
Ti aspettiamo come sempre, ma se non ci trovi sul divano a fare la calza, cercaci tu, perché potremmo essere ingiringiro a scoprire il perché delle cose, il sapore del gelato al lampone, e il colore delle pareti delle case, sbirciando alle finestre altrui.
Ah, ovviamente mi manchi, ma questa è un'altra storia.
xoxo
sabato 29 marzo 2014
Once Upon a Time
Ciao lettori
E' giusto regalarvi qualcosa al di sopra della media, ogni tanto.
Post con dedica; per un uomo che mi ha fatto amare il cinema, ma soprattutto assaporare il gusto di una vita agrodolce e sensibilissima, che profuma di terra umida, ma che ha sempre puntato alle stelle sopra il cielo del Grand Palais. Ciao papà.
So please take your seats, and enjoy the last cinematic tale.
Questa è la storia semplice di due anime battagliere ma non gemelle, incapaci di incontrarsi come ogni coppia il sabato pomeriggio, facendo le vasche per le vie del centro con un paio di scarpe nuove sotto il braccio.
E' il racconto del sentimento cresciuto senza illusioni, nascosto alla luce del sole, eppure luccicante come il più verde degli smeraldi di Sua Maestà. Noodles e Deborah hanno danzato una sola volta, adulti ed elegantissimi, in un palazzo del Lido della più malinconica Repubblica marinara, dicendosi addio citando i versi del Cantico dei Cantici.
Did you wait too long? / All my life.
La piccola Deb voleva il palco di Broadway, il giovane Noodles aveva un cuore pulsante e gigantesco. Era il più buono tra i buoni, il più giusto tra i giusti, e questa era la sua più grande qualità. In un mare di stronzi, il pesce che nuota orgoglioso senza far male agli altri, è l'unico meritevole di attenzione; pensava Deb. Noodles you're the only person that I've ever ... / Ever what? Go ahead / ... that I've ever cared about . A Noodles non bastava, per Deb era quanto di più bello potesse mai confidare ad un uomo. Tifo per te, mi rendi orgogliosa, mi importa. Come faceva a non capirlo Noodles!? Come non capiva che questo, e niente altro potesse mai accadere, era l'angolo segreto che solo lui aveva toccato.
La vita può essere lunga, ma non sceglie mai per te: Deb lo sapeva, e Deb sceglieva e sbagliava tantissimo.
Una sola immagine riusciva a calmarla in una stanza d'albergo, dopo una giornata difficile: il viso di Noodles che la guardava tra la folla, silenzioso e durissimo, imbronciato e rabbioso a prima vista, pieno di energia e bellissimo per lei. Una maschera di vita, un corpo vibrante di aspettativa, una voce potente e riconoscibile. Immaginate qualcosa di più forte, sapete consolare i vostri demoni in un modo migliore?
Deb era fragile e impaziente; non aspettava il tram passarle davanti: con 10 minuti d'attesa, alzava i tacchi e si incamminava verso una nuova via percorribile. Difficilmente si voltava, e, se lo faceva, si premurava nessuno la vedesse. Non voglio che mi ricordi così, piegata in due, spezzata dal peso di un carico che non riesco a sostenere, disorientata e confusa. Vorrei, invece, ti restasse il mio sorriso che esplode di gioia, il suono della mia risata, e, infine, il mio abbraccio più sincero. E' tutto quello che posso darti, è tutto quello che vorresti tenere con te, ne sono certa. Non sono docile, Noodles, lo sai, e non hai bisogno di sentirtelo dire.
Noodles e Deb furono due comete l'uno nella vita dell'altra. Illuminarono la volta celeste, passando veloci, ed ebbero la migliore colonna sonora che potrà mai risuonare nelle stanze di una casa di campagna, con la Magnolia che torna a fare ombra, come ogni anno, nei primi giorni di primavera.
Amapola, played by the orchestra
E' giusto regalarvi qualcosa al di sopra della media, ogni tanto.
Post con dedica; per un uomo che mi ha fatto amare il cinema, ma soprattutto assaporare il gusto di una vita agrodolce e sensibilissima, che profuma di terra umida, ma che ha sempre puntato alle stelle sopra il cielo del Grand Palais. Ciao papà.
So please take your seats, and enjoy the last cinematic tale.
Questa è la storia semplice di due anime battagliere ma non gemelle, incapaci di incontrarsi come ogni coppia il sabato pomeriggio, facendo le vasche per le vie del centro con un paio di scarpe nuove sotto il braccio.
E' il racconto del sentimento cresciuto senza illusioni, nascosto alla luce del sole, eppure luccicante come il più verde degli smeraldi di Sua Maestà. Noodles e Deborah hanno danzato una sola volta, adulti ed elegantissimi, in un palazzo del Lido della più malinconica Repubblica marinara, dicendosi addio citando i versi del Cantico dei Cantici.
Did you wait too long? / All my life.
La piccola Deb voleva il palco di Broadway, il giovane Noodles aveva un cuore pulsante e gigantesco. Era il più buono tra i buoni, il più giusto tra i giusti, e questa era la sua più grande qualità. In un mare di stronzi, il pesce che nuota orgoglioso senza far male agli altri, è l'unico meritevole di attenzione; pensava Deb. Noodles you're the only person that I've ever ... / Ever what? Go ahead / ... that I've ever cared about . A Noodles non bastava, per Deb era quanto di più bello potesse mai confidare ad un uomo. Tifo per te, mi rendi orgogliosa, mi importa. Come faceva a non capirlo Noodles!? Come non capiva che questo, e niente altro potesse mai accadere, era l'angolo segreto che solo lui aveva toccato.
La vita può essere lunga, ma non sceglie mai per te: Deb lo sapeva, e Deb sceglieva e sbagliava tantissimo.
Una sola immagine riusciva a calmarla in una stanza d'albergo, dopo una giornata difficile: il viso di Noodles che la guardava tra la folla, silenzioso e durissimo, imbronciato e rabbioso a prima vista, pieno di energia e bellissimo per lei. Una maschera di vita, un corpo vibrante di aspettativa, una voce potente e riconoscibile. Immaginate qualcosa di più forte, sapete consolare i vostri demoni in un modo migliore?
Deb era fragile e impaziente; non aspettava il tram passarle davanti: con 10 minuti d'attesa, alzava i tacchi e si incamminava verso una nuova via percorribile. Difficilmente si voltava, e, se lo faceva, si premurava nessuno la vedesse. Non voglio che mi ricordi così, piegata in due, spezzata dal peso di un carico che non riesco a sostenere, disorientata e confusa. Vorrei, invece, ti restasse il mio sorriso che esplode di gioia, il suono della mia risata, e, infine, il mio abbraccio più sincero. E' tutto quello che posso darti, è tutto quello che vorresti tenere con te, ne sono certa. Non sono docile, Noodles, lo sai, e non hai bisogno di sentirtelo dire.
Noodles e Deb furono due comete l'uno nella vita dell'altra. Illuminarono la volta celeste, passando veloci, ed ebbero la migliore colonna sonora che potrà mai risuonare nelle stanze di una casa di campagna, con la Magnolia che torna a fare ombra, come ogni anno, nei primi giorni di primavera.
Amapola, played by the orchestra
mercoledì 26 marzo 2014
Don't Worry Baby (cit)
Ciao lettori
In pausa pranzo seguiamo la dieta dello scrittore che, dovendosi arrangiare, scrive quando riesce, e vi regaliamo una piccolissima storia. Nel frattempo apriamo un attimo la finestra che il sistema si sta surriscaldando: la stanchezza ruggisce, ma dormiamo come mai prima.
Enjoy insalatina tutti i gusti a 10 euro in centro, o toast al pc.
Soundtrack vivamente consigliato Don't Play That Song (You Lied) by The One and Only AF
Sto tornando a casa, controllando il cellulare e le chiamate perse di, unica e sola e inimitabile stalker of my life, mia madre, quando l'universo mi parla. Seduta davanti a me, una coppia di adolescenti vestiti da ultra trentenni, in una nuance di colore da far invidia al più medagliato degli stylist di Vogue. Minimal nella scelta degli accessori e perfettamente pettinati nella loro casuale acconciatura. Due piccioni senza fave con cui sfamarsi, pieni di loro stessi e del loro, evidente, amore. Si guardano, si distraggono, si riguardano, si ridistraggono. Un ritmo invidiabile, nato forse durante un compito di latino o matematica, nelle retrovie di un concerto estivo, in una giornata pigrissima davanti alla tv di casa. Simultaneamente, mi sembra, alzano e abbassano gli occhi grandi e vivacissimi, e capita si soffermino anche su di me. Chissà cosa vedono, e se lo specchio stamattina mi ha detto bene, o se ho sbagliato l'accostamento giacca/pantalone. Glielo chiedo quasi, poi rifletto: dio devo sembrargli obsoleta con questo chignon che non sta su neppure con le bombe, e la sciarpa strettissima al collo. Loro non hanno freddo, mentre io sono ibernata; ma quando ero giovane anche io sfidavo la temperatura altalenante di inizio primavera senza rischiare il tete à tete con il bagno la notte. E' una ruota che gira, mi dico, ogni tanto sarebbe bello girasse un po' meglio e senza tutte queste pause di riflessione e i tempi morti e le titubanze e i contratti a scadere, okay, ma è sempre una ruota che continua a girare. Ho provato a saltare giù, scendere tra una corsa e l'altra intendo, per vedere se, cliccando pause, l'atmosfera diventasse più nitida. Ma mi sbagliavo, e, anzi, stagnare ai lati mi ha gettata in uno stato di apatia, indolenza, insofferenza e, anche se non conclamata, depressione. Nulla di grave, niente di irrimediabile.
La verità è che vorrei alzarmi e sorridere ai due davanti a me: "Non tornerei mai alla vostra età. Ciao ragazzi, siete bellissimi, e bel cappotto". L'altra verità è che, per quanto mi sia costato caro ammetterlo, sono sempre più simile a mia madre che, testarda e dolcissima, si accinge alla terza chiamata in mezz'ora.
In pausa pranzo seguiamo la dieta dello scrittore che, dovendosi arrangiare, scrive quando riesce, e vi regaliamo una piccolissima storia. Nel frattempo apriamo un attimo la finestra che il sistema si sta surriscaldando: la stanchezza ruggisce, ma dormiamo come mai prima.
Enjoy insalatina tutti i gusti a 10 euro in centro, o toast al pc.
Soundtrack vivamente consigliato Don't Play That Song (You Lied) by The One and Only AF
Sto tornando a casa, controllando il cellulare e le chiamate perse di, unica e sola e inimitabile stalker of my life, mia madre, quando l'universo mi parla. Seduta davanti a me, una coppia di adolescenti vestiti da ultra trentenni, in una nuance di colore da far invidia al più medagliato degli stylist di Vogue. Minimal nella scelta degli accessori e perfettamente pettinati nella loro casuale acconciatura. Due piccioni senza fave con cui sfamarsi, pieni di loro stessi e del loro, evidente, amore. Si guardano, si distraggono, si riguardano, si ridistraggono. Un ritmo invidiabile, nato forse durante un compito di latino o matematica, nelle retrovie di un concerto estivo, in una giornata pigrissima davanti alla tv di casa. Simultaneamente, mi sembra, alzano e abbassano gli occhi grandi e vivacissimi, e capita si soffermino anche su di me. Chissà cosa vedono, e se lo specchio stamattina mi ha detto bene, o se ho sbagliato l'accostamento giacca/pantalone. Glielo chiedo quasi, poi rifletto: dio devo sembrargli obsoleta con questo chignon che non sta su neppure con le bombe, e la sciarpa strettissima al collo. Loro non hanno freddo, mentre io sono ibernata; ma quando ero giovane anche io sfidavo la temperatura altalenante di inizio primavera senza rischiare il tete à tete con il bagno la notte. E' una ruota che gira, mi dico, ogni tanto sarebbe bello girasse un po' meglio e senza tutte queste pause di riflessione e i tempi morti e le titubanze e i contratti a scadere, okay, ma è sempre una ruota che continua a girare. Ho provato a saltare giù, scendere tra una corsa e l'altra intendo, per vedere se, cliccando pause, l'atmosfera diventasse più nitida. Ma mi sbagliavo, e, anzi, stagnare ai lati mi ha gettata in uno stato di apatia, indolenza, insofferenza e, anche se non conclamata, depressione. Nulla di grave, niente di irrimediabile.
La verità è che vorrei alzarmi e sorridere ai due davanti a me: "Non tornerei mai alla vostra età. Ciao ragazzi, siete bellissimi, e bel cappotto". L'altra verità è che, per quanto mi sia costato caro ammetterlo, sono sempre più simile a mia madre che, testarda e dolcissima, si accinge alla terza chiamata in mezz'ora.
giovedì 13 marzo 2014
Bum bum cha
Ciao lettori
Ovunque ci giriamo, vediamo i vostri occhi a cuore. Siete tutti innamorati, o in procinto di esserlo, o sul finire di una lunga storia logorata, o forse all'inizio di una nottata molto sudata.
Va bene qualsiasi cosa, l'importante è non abbandonare la giostra prima di afferrare il codino.
Enjoy ottovolante.
Soundtrack "If you start me up, I'll never stop"
Mi sono svegliata con una spada che mi passava da parte a parte: incastrata poco sopra l'orecchio destro, usciva sulla nuca. 'Noti qualcosa di diverso?'. 'Hai una lama che ti passa attraverso'. 'Mai più quello che abbiamo fatto ieri eh, mai mai mai più. Io sto a casa ad aprire fagioli' 'Ok... Girati un po' che guardo se c'è altro...'. Mi sollevo lentamente, restando seduta a gambe incrociate, con la testa buttata in avanti e la schiena scoperta, come quando sono dal medico. 'Allora vedi qualcosa...?'. Il mio amore appoggia il suo orecchio bollente sullo strato di pelle violaceo che mi copre la colonna vertebrale, tenendomi il fianco con la mano. E' un dottore speciale, e questa visita lo sarà altrettanto. Cerco di respirare regolare, ma la tosse è fastidiosa e non si trattiene. Esplodo in una scarica secca di convulsioni, penso di morire avvolta nelle lenzuola profumate di Marsiglia. Invece no, mi fermo quando sento il palmo della sua mano scivolare sulla mia pancia e, riaprendo gli occhi, vedo il suo viso spuntare all'altezza del fianco sinistro. 'Mh, e cosa ci fai qui?'. 'Controllo se è tutto a posto, zitta un attimo'. Faccio voto di silenzio, ma ho la gola in fiamme, e riprendo a tossire scintille. Questa volta l'attacco è più lungo e doloroso: il mio amore se ne deve essere accorto, perché si scansa, aspettandomi appoggiato allo schienale del letto, dietro di me. Mi volto dopo l'ultimo colpo secco di cannone, e mi viene una voglia matta di saltargli addosso. Mollo le lenzuola pulite, gli arrotolo la maglietta e inizio a contargli i battiti. Soffoco una nuova raffica di tosse, sperando i polmoni non mi collassino qui, nel momento in cui stiamo sorridendo affaticati dall'esercizio fisico. Invece accade il prevedibile, e una raffica impietosa mi sale dalle viscere. Sono un drago, nel senso che sparo vapore, ma il mio amore è un uomo dalle mille risorse e conclude da solo quello che avevamo cominciato insieme. Sento la febbre altissima, il sangue che brucia, la mani gelate e, oh no ti prego non adesso no, mi appare la madonna ad un certo punto. Poi tutto finisce, e mi addormento nell'angolo del letto rimasto fresco, rannicchiata e bollente, sognando California, tachipirina al gusto di menta, ghiaccioli sotto i piedi e un'onda anomala e gelata dove trovare sollievo.
Avremmo potuto rimandare le acrobazie, sono davvero conciata e chissà cosa avrò preso l'altra sera uscendo senza calze. Ma le giostre arrivano una volta l'anno in città :)
Ovunque ci giriamo, vediamo i vostri occhi a cuore. Siete tutti innamorati, o in procinto di esserlo, o sul finire di una lunga storia logorata, o forse all'inizio di una nottata molto sudata.
Va bene qualsiasi cosa, l'importante è non abbandonare la giostra prima di afferrare il codino.
Enjoy ottovolante.
Soundtrack "If you start me up, I'll never stop"
Mi sono svegliata con una spada che mi passava da parte a parte: incastrata poco sopra l'orecchio destro, usciva sulla nuca. 'Noti qualcosa di diverso?'. 'Hai una lama che ti passa attraverso'. 'Mai più quello che abbiamo fatto ieri eh, mai mai mai più. Io sto a casa ad aprire fagioli' 'Ok... Girati un po' che guardo se c'è altro...'. Mi sollevo lentamente, restando seduta a gambe incrociate, con la testa buttata in avanti e la schiena scoperta, come quando sono dal medico. 'Allora vedi qualcosa...?'. Il mio amore appoggia il suo orecchio bollente sullo strato di pelle violaceo che mi copre la colonna vertebrale, tenendomi il fianco con la mano. E' un dottore speciale, e questa visita lo sarà altrettanto. Cerco di respirare regolare, ma la tosse è fastidiosa e non si trattiene. Esplodo in una scarica secca di convulsioni, penso di morire avvolta nelle lenzuola profumate di Marsiglia. Invece no, mi fermo quando sento il palmo della sua mano scivolare sulla mia pancia e, riaprendo gli occhi, vedo il suo viso spuntare all'altezza del fianco sinistro. 'Mh, e cosa ci fai qui?'. 'Controllo se è tutto a posto, zitta un attimo'. Faccio voto di silenzio, ma ho la gola in fiamme, e riprendo a tossire scintille. Questa volta l'attacco è più lungo e doloroso: il mio amore se ne deve essere accorto, perché si scansa, aspettandomi appoggiato allo schienale del letto, dietro di me. Mi volto dopo l'ultimo colpo secco di cannone, e mi viene una voglia matta di saltargli addosso. Mollo le lenzuola pulite, gli arrotolo la maglietta e inizio a contargli i battiti. Soffoco una nuova raffica di tosse, sperando i polmoni non mi collassino qui, nel momento in cui stiamo sorridendo affaticati dall'esercizio fisico. Invece accade il prevedibile, e una raffica impietosa mi sale dalle viscere. Sono un drago, nel senso che sparo vapore, ma il mio amore è un uomo dalle mille risorse e conclude da solo quello che avevamo cominciato insieme. Sento la febbre altissima, il sangue che brucia, la mani gelate e, oh no ti prego non adesso no, mi appare la madonna ad un certo punto. Poi tutto finisce, e mi addormento nell'angolo del letto rimasto fresco, rannicchiata e bollente, sognando California, tachipirina al gusto di menta, ghiaccioli sotto i piedi e un'onda anomala e gelata dove trovare sollievo.
Avremmo potuto rimandare le acrobazie, sono davvero conciata e chissà cosa avrò preso l'altra sera uscendo senza calze. Ma le giostre arrivano una volta l'anno in città :)
giovedì 6 marzo 2014
M stands for Maia and just another sweet word
Ciao lettori
Vivienne ha iniziato a parlare.
Enjoy this little lady of mine, and my own crazy imagination.
Abbiamo camminato moltissimo stamattina per arrivare al nido. La macchina non partiva, la spia della batteria era accesa, e dopo dieci minuti i santi invocati cominciavano a essere troppi nell'abitacolo.
Nonostante tutto, Vivienne ha reagito bene allo stress cui l'ho involontariamente sottoposta. In generale, non si scompone mai troppo e mi sorride dal basso del suo metro e poco più, infagottata e leggermente scoordinata nelle movenze, a causa della giacca che le ho acquistato a inizio stagione. Ve lo dico, ma non lo ammetterò mai di fronte a mia madre: è di due taglie più grandi della sua, ma pensavo sarebbe cresciuta molto questo inverno. Invece è una tappetta!, così il cappotto le copre completamente le mani e le ginocchia, costringendola a movimenti goffi e impacciati. La osservo mentre si cerca gli arti nascosti chissà dove, cercando di sbrigarsela da sola in queste piccole difficoltà da nana da giardino quale è.
Stamattina non avrei, in ogni caso, potuto darle troppo ascolto, anche se si fosse lamentata. Abbiamo preso la metro e un bus per arrivare al nido e infine fatto un pezzetto a piedi, che Vivi ha percorso in braccio: okay essere scoordinate per colpa di mamma, ma tesoro un piede dietro l'altro su, dai, forza. Quando mi sono accorta di aver alzato la voce una volta di troppo, ricordandomi spaventosamente mia madre nei tempi che furono, l'ho sollevata: le gambine aperte e ancorate attorno al mio bacino largo, le braccia sobbalzanti ad ogni mio passo spedito. A ripensarci ora, dovevamo essere imbarazzanti entrambe.
Ci siamo salutate un po' di corsa, ma questo lo facciamo sempre. Vivienne è matta per il nido e gli altri bambini e tutte quelle attività che le fanno fare, come dipingere coi piedi scalzi. Si dimentica di avere una madre non appena mettiamo piede nella sala comune ordinata e dal profumo di finestre aperte al primo sole invernale. La aiuto a togliersi lo scafandro e la bacio dove capita: una volta ci siamo date una testata, a mo' di arieti. Entrambe a testa bassa, per motivi differenti: io ero di fretta e distratta, lei stava osservando qualcosa sul pavimento di linoleum. 'Ocio amore... Ti ho fatto male?'. Indicava la carta di una caramella accidentalmente lasciata sul pavimento, e si stava piegando a raccoglierla. Una volta presa, se la girava tra i polpastrelli, con un'espressione che solo suo padre riesce a replicare con la stessa semplicità. Intenta in qualcosa che attira la sua attenzione, incapace di mascherare la scintilla di curiosità che le attraversa la mente, silenziosa nel momento dell'osservazione come un monaco tibetano, serissima e indisturbata. Ovviamente, compreso cosa avesse in mano, cioè dell'immondizia, l'ha piazzata a me, e anche qui mi ha strappato il sorriso delle connessioni aperte: sei come tuo padre, mi lasci gli avanzi di un mondo segreto che non vedo, chissà cosa vi frulla dentro quel cervello pazzo.
La giornata è andata bene per me, e quando rientro trovo i due già a casa, intenti a leggersi a vicenda un libro, uno di quelli che ho comprato io in un mercatino natalizio: coloratissimo, con animali personificati e cospiranti contro il contadino della fattoria. Il mio compagno mi ha urlato dal divano di correre là, vicino a loro. Signor sì, signore, mi sfilo le scarpe e sono vostra.
Vvienne ha tentennato quel quarto d'ora, come tutti i bambini quando gli si chiede di fare una cosa a comando. Ma suo padre non demordeva, 'Devi vederla, aspetta'. Sfogliando pagine a caso, finalmente siamo arrivati al punto in cui la gallinella della fattoria, protagonista della storia, forgia il suo carattere da condottiera e guida la rivoluzione contro il fattore. Vivienne ha sgranato gli occhi, scambiato uno sguardo d'intesa con il mio compagno ed esclamato la seguente parola: Maia!
Non so spiegare perché Viv chiami una gallina per nome, perché abbia scelto quel nome o perché si sia affezionata a lei più che agli altri animaletti della fiaba. Il mio compagno non me lo vuole dire, dice che è un segreto, e se solo rientrassi a casa prima, la sera, lo saprei anch'io. Scorretto da parte sua, alimentare i miei sensi di colpa. Però anche io custodisco un piccolo segreto: due ore fa, salutandola al nido, Vivienne mi ha chiamata mamma, fissandomi con quegli occhi attenti che rivedo solo in suo padre.
Vivienne ha iniziato a parlare.
Enjoy this little lady of mine, and my own crazy imagination.
Abbiamo camminato moltissimo stamattina per arrivare al nido. La macchina non partiva, la spia della batteria era accesa, e dopo dieci minuti i santi invocati cominciavano a essere troppi nell'abitacolo.
Nonostante tutto, Vivienne ha reagito bene allo stress cui l'ho involontariamente sottoposta. In generale, non si scompone mai troppo e mi sorride dal basso del suo metro e poco più, infagottata e leggermente scoordinata nelle movenze, a causa della giacca che le ho acquistato a inizio stagione. Ve lo dico, ma non lo ammetterò mai di fronte a mia madre: è di due taglie più grandi della sua, ma pensavo sarebbe cresciuta molto questo inverno. Invece è una tappetta!, così il cappotto le copre completamente le mani e le ginocchia, costringendola a movimenti goffi e impacciati. La osservo mentre si cerca gli arti nascosti chissà dove, cercando di sbrigarsela da sola in queste piccole difficoltà da nana da giardino quale è.
Stamattina non avrei, in ogni caso, potuto darle troppo ascolto, anche se si fosse lamentata. Abbiamo preso la metro e un bus per arrivare al nido e infine fatto un pezzetto a piedi, che Vivi ha percorso in braccio: okay essere scoordinate per colpa di mamma, ma tesoro un piede dietro l'altro su, dai, forza. Quando mi sono accorta di aver alzato la voce una volta di troppo, ricordandomi spaventosamente mia madre nei tempi che furono, l'ho sollevata: le gambine aperte e ancorate attorno al mio bacino largo, le braccia sobbalzanti ad ogni mio passo spedito. A ripensarci ora, dovevamo essere imbarazzanti entrambe.
Ci siamo salutate un po' di corsa, ma questo lo facciamo sempre. Vivienne è matta per il nido e gli altri bambini e tutte quelle attività che le fanno fare, come dipingere coi piedi scalzi. Si dimentica di avere una madre non appena mettiamo piede nella sala comune ordinata e dal profumo di finestre aperte al primo sole invernale. La aiuto a togliersi lo scafandro e la bacio dove capita: una volta ci siamo date una testata, a mo' di arieti. Entrambe a testa bassa, per motivi differenti: io ero di fretta e distratta, lei stava osservando qualcosa sul pavimento di linoleum. 'Ocio amore... Ti ho fatto male?'. Indicava la carta di una caramella accidentalmente lasciata sul pavimento, e si stava piegando a raccoglierla. Una volta presa, se la girava tra i polpastrelli, con un'espressione che solo suo padre riesce a replicare con la stessa semplicità. Intenta in qualcosa che attira la sua attenzione, incapace di mascherare la scintilla di curiosità che le attraversa la mente, silenziosa nel momento dell'osservazione come un monaco tibetano, serissima e indisturbata. Ovviamente, compreso cosa avesse in mano, cioè dell'immondizia, l'ha piazzata a me, e anche qui mi ha strappato il sorriso delle connessioni aperte: sei come tuo padre, mi lasci gli avanzi di un mondo segreto che non vedo, chissà cosa vi frulla dentro quel cervello pazzo.
La giornata è andata bene per me, e quando rientro trovo i due già a casa, intenti a leggersi a vicenda un libro, uno di quelli che ho comprato io in un mercatino natalizio: coloratissimo, con animali personificati e cospiranti contro il contadino della fattoria. Il mio compagno mi ha urlato dal divano di correre là, vicino a loro. Signor sì, signore, mi sfilo le scarpe e sono vostra.
Vvienne ha tentennato quel quarto d'ora, come tutti i bambini quando gli si chiede di fare una cosa a comando. Ma suo padre non demordeva, 'Devi vederla, aspetta'. Sfogliando pagine a caso, finalmente siamo arrivati al punto in cui la gallinella della fattoria, protagonista della storia, forgia il suo carattere da condottiera e guida la rivoluzione contro il fattore. Vivienne ha sgranato gli occhi, scambiato uno sguardo d'intesa con il mio compagno ed esclamato la seguente parola: Maia!
Non so spiegare perché Viv chiami una gallina per nome, perché abbia scelto quel nome o perché si sia affezionata a lei più che agli altri animaletti della fiaba. Il mio compagno non me lo vuole dire, dice che è un segreto, e se solo rientrassi a casa prima, la sera, lo saprei anch'io. Scorretto da parte sua, alimentare i miei sensi di colpa. Però anche io custodisco un piccolo segreto: due ore fa, salutandola al nido, Vivienne mi ha chiamata mamma, fissandomi con quegli occhi attenti che rivedo solo in suo padre.
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