domenica 29 giugno 2014

Bon appétit

Ciao lettori

L'amour toujours, o comunque con la pancia piena.

Enjoy.


Ti amo. Amo la ruga che scende perpendicolare nel mezzo della tua fronte, come una cicatrice. Oh ma, aspetta un attimo... ma quella è una cicatrice! Ahahah, allora amo la cicatrice che sembra una ruga formatasi contro tendenza al centro della tua fronte lucida. Amo le tue mani dentro le tasche, quando sei arrabbiato e, forse per evitare di schiaffeggiarmi, istintivamente le nascondi lì, dove ti prudono dal nervoso contro la stoffa dei pantaloni. Amo vederti camminare davanti a me almeno cinque metri ogni volta che passeggiamo insieme in città la domenica mattina, perché hai il passo più veloce del mio, non mi aspetti e io non corro. Amo la sensazione di doverti stare dietro, di poterti perdere, di cambiare strada e lasciare che sia il caso a rimetterci in linea. Amo che non ti preoccupi se non mi vedi in scia, perché di base hai sempre lo sguardo puntato in avanti. Amo girarmi ed essere attorniata da sconosciuti, e non avere alcuna voglia di parlare, ma essere incuriosita dai loro discorsi. Amo tornarmene a casa da sola, e accorgermi di non avere le chiavi e citofonare alla vicina che, diffidente, alla fine mi apre. Amo aspettare sul pianerottolo, e chiamarti e chiamarti e chiamarti. Amo la tua segreteria telefonica, e lasciarti messaggi minatori con la voce camuffata 'Abbiamo la tua ragazza, forse ti abbiamo fatto un favore ok, ma ti prego torna a casa'. Amo quando arrivi, senza sacchetti della spesa, senza giornale, senza le brioches salate del panettiere aperto; senza niente di niente. Amo che anche tu ti stupisca di come io non abbia comprato nulla di quello che ci serviva, e per cui eravamo usciti solo un'ora prima. Amo lasciarti lamentare, e dover scendere al super velocemente. Amo essere affamata al punto tale da accumulare nel semicerchio delle mie braccia unite: un vasetto giga di yogurt bianco, latte parzialmente scremato, le Camille del Mulino, i cereali con i pezzetti di cioccolato, il tetrapak del succo al mirtillo, i frollini spessi 5 mm da 60 calorie l'uno. Amo entrare in cucina come l'ultima delle furie, e ascoltare lo scroscio del cesso e vederti uscire dal bagno senza la minima foga o fame. Amo fare colazione da sola quindi, con la distesa di cibo appena acquistato davanti a me, in ordine sparso sul tavolo senza tovaglia e la musica che inizia a suonare dalla stanza. Amo il fatto che abbiamo bisogni primari differenti, e bere una moka da tre in totale solitudine, mentre tu, finalmente, ti siedi al lato opposto del tavolo. Amo che sia già ora di pranzo, come mi fai notare, e guardarti con la bocca piena e a forma di punto interrogativo. Amo ammettere di non avere molta voglia di pranzare, considerando che sto finendo la colazione. Amo vederti ordinare al telefono qualcosa, pur di non metterti a cucinare. Amo avere qualcosa in comune con te, alla fine.

Ti amo, e un giorno riusciremo a coordinarci, per vedere com'è passarsi il pane o il sale seduti contemporaneamente alla stessa tavola, mentre il mondo applaude lo sforzo, la costanza e la pazienza che ci abbiamo messo per assecondare i nostri stomaci fuori tempo. Buon appetito, amore.

mercoledì 25 giugno 2014

Claire and Aurelie

Ciao lettori

Prima storia estiva dell'anno. Dolce e amara, fresca e appiccicosa. Con qualche foto qua e là.

Enjoy pesche, anguria e birretta all'ombra.


Il giardino di Claire è una delle tre cose al mondo, in assoluto, che mi tranquillizzano. E' tutto attorno alla sua casa, appena fuori città, lontano abbastanza dalla tangenziale, non troppo grande ma con l'erba verde intenso e una luce diffusa e calda dopo le 18. Rispecchia la mia giovane amica, madre da qualche mese, e forse è esattamente questo il motivo per cui mi rilassa starci; anche Claire, tra la cerchia di persone più vicine, è in assoluto il mio calmante. A guardarla non sembrerebbe, perché ha questi capelli scuri, che le cascano da tutte le parti e stanno su con una manciata indefinita di mollette ed elastici. E' disordinata, e si veste a strati anche in luglio; ovviamente strati sottilissimi di tessuti naturali, "il sintetico puzza sempre e per sempre dopo che ci hai ballato una sera, tesoro, inutile far finta di non saperlo". Così assume le sembianze di una fata, da marzo con bambina al seguito. Sua figlia, Aurelie, è spiccicata al padre; Claire lo sa e per questo la chiama Aurelio. E' simpatica la mia amica, e comunque è convinta che non sarà per questo che la bimba crescerà traumatizzata, "sentissi cosa le dice mia sorella quando ci viene a trovare... Questo sì che le creerà serissimi problemi, con il genere maschile in primis. Stef sta attraversando nuovamente la fase 'Odio te, uomo, e ti maledico', così ogni volta è un disco rotto che parla solo di come quello le abbia fatto questo, e di come questo non le abbia fatto quello. Due coglioni pieni e rotolanti nella valle delle zitelle. Però mi fa comodo quando passa, perché mi aiuta con la nana... Secondo te è riprovevole barattare la salute mentale di mia figlia con un cambio di pannolino?"
Ridiamo tantissimo di noi due, di sua sorella, del suo compagno, della neonata con il nome da maschio, di lei che ogni tanto è triste e in ansia, di me che non mi tengo insieme neppure con l'Attak da un po' di tempo a questa parte.

Va male eh?
Minchia se va male. Ma è ciclico, lo sapevo sarebbe tornato.
Bah, per me è una puttanata questa cosa che sai quando starai male. E' una scusa dai.
Mmm, è che non ho voglia di scervellarmi, sono un po' affaticata.
Ah guarda, più stanca di me impossibile in questo periodo. Ma io di certo non mi piango addosso come fai tu.
Ma io mica...
Piantala, non ho voglia di ascoltarti quando diventi la madonna lacrimevole.
Sì ma figa...
E non dire parolacce in presenza di Aurelio!
Ahahaha
... Quindi, descrivimi il piano, forza.
...
Non hai un piano? Oh cielo impestato, Aurelie, amore della mamma, hai sentito? Questa sfigata non ha neppure uno straccio di piano! Persino mia figlia si è fatta un piano!
Ah si?
Quando mia sorella sfonda il muro della sopportazione, Aurelio inizia a piangere urlando come una scimmia in calore e...
Una scimmia in calore come fa?
Come noi donne quando le cose diventano interessanti, ma più savage.
Ah ecco.
Dicevo, persino una nana come Aurelie si è inventata un metodo per sopravvivere. Fallo pure tu, diocristiano.
Mi suggerisci di urlare come quando sono in calore?
Madonna, beata te che sei ancora in calore!
Buahahahahahahah, cazzo, almeno quello.
Non tocchiamo l'argomento sesso per cortesia, faccio fatica a fare pure quello, e non sono ancora pronta a cazzeggiare sul tema, capirai...
Capisco, si.
Potresti lanciarti nella mischia, sgomitare come piace a te...
Non mi piace sgomitare.
Si, dicevo per per dire. Devi muoverti tesoro, lo dico per te.
...
Vuoi qualcosa da bere? Ho il succo, e il latte fresco e l'acqua del rubinetto. Salutista come non mai.
Birra non ne hai?
Sì, morirei senza sapere di averne, anche se non la posso bere quanto vorrei. Le guardo lì, nel frigo, tenendo in braccio Aurelie prima della poppata. 
Ahahaha, madre degenere.
Le dico "Vedi, queste non le bevo per te, Aurelio. Vedi che brava mamma, mh!?"
Sì, sei bravissima, stupenda cazzo. Volevo dirtelo da un po', sei bellissima.
No dai, non devi mentirmi.
Ma è vero! Hai la pelle lucida e tersa, di un colorito che non ti avevo mai visto prima. E sorridi tanto. Hai un bel sorriso.
Oh cazzo, sono Heidi!
Buahahaha
E' Aurelie... Aurelie è... è qualcosa che non riesco a spiegarti. E' ingombrante, non si assenta mai. E' delicata, è rumorosa, è anche tanto brava. Mangia, dorme, fa le sue cose in silenzio, poi esplode, urla e piange e all'inizio è una piccola tragedia, perché sono lì che la guardo e cerco di prenderla e di cullarla e lei perde il respiro da tanto strilla. 
Sono mamma, oh, sono una mamma. Io. Ci pensi?
Già.
Già... è mia. L'ho fatta io. E'... è... devi provarlo per capire cosa sia. Io non lo so spiegare, e non ho ancora capito se mi piace o meno ahahaha.
Ahahaha.
Eppure da qui non si torna indietro. E' pazzesco; è la cosa più pazzesca che abbia mai fatto.
...
...
Quindi, 'sta birra?
Ah giusto.

Quando Claire torna in giardino con due birre e una bambina appena sveglia, sto riflettendo su come escogitare un piano per me che includa delle scimmie urlatrici. Lei lo capisce al volo, e mi piazza sua figlia in braccio. "Tieni qui. Devi avere le mani occupate, tesoro. Al resto ci penserai poi".


martedì 3 giugno 2014

June 2014 / Untitled #01

Ciao lettori

Questo racconto è influenzato da un nuovo scrittore preferito. Abbiamo letto un po' di interviste e articoli prima di comprarne il romanzo d'esordio, perché avevamo il presentimento che David Foster Wallace non fosse uno semplice da conoscere, ma un peso massimo, e noi poco preparati all'impatto.

Ci avevamo preso: 'La scopa del sistema' è un libro bellissimo, scritto da un genio della logica, capace di tenere insieme fili inizialmente inutili, alla fine compatti nello stesso gomitolo.

Ogni tanto, confessiamo, rileggiamo la stessa pagina una o due volte: dopotutto siamo più carine che intelligenti.

Enjoy.


Quando entro nella stanza dove dorme mia madre, cerco innanzitutto di aprire le finestre, lasciar passare un po' d'aria fresca, lasciarne uscire un po' di quella viziata. Le infermiere possiedono un olfatto poco sviluppato, e mia madre respira merda da due anni a questa parte. Ho provato, tante quante inutili volte, a chiedere che ne venisse aperta almeno una: ogni tanto, di più d'estate, con parsimonia d'inverno. Ma lo facciamo, signora, mi hanno risposto. Lo facciamo e sua madre inizia a urlare e lamentarsi in modo alquanto, come dire, eccentrico. Non mi interessa, ho risposto. Non mi interessa come e quanto mia madre riesca a lamentarsi, considerando il fatto che ha 67 anni, una malattia degenerativa che l'ha resa un cavallo pazzo senza briglie e si suppone, oh dio grazia se si suppone, che voi facciate ciò che è meglio per lei, non quello che la rende docile, collaborativa e silenziosa.

Non hanno capito quanto fossi seria, sottovalutando quanto potessi essere, come dire, anche io eccentrica nel lamentarmi: sono sempre la figlia di mia madre. Ho alzato la voce, come da bambina facevo per richiamare l'attenzione di mamma, e superare l'entropia di tre fratelli maggiori, sviluppando di conseguenza polmoni di dimensioni enormi, considerando gli acuti che produco tutt'oggi. Le infermiere si sono spaventate, due di loro di sicuro, le altre accorse poco dopo un tantino meno; l'effetto sorpresa era svanito.
Ho fatto la matta, mamma, come sempre quando sento che non c'è altra soluzione, e qualcosa, o qualcuno, mi sta molto a cuore. Mia madre, sebbene so perfettamente non capisca più una parola di ciò che le dico, mi è sembrata divertita da tutto quel trambusto. Le ho sorriso di rimando, come quando da bambina capivo sentiva la mia voce, in mezzo a quelle dei miei fratelli.

La più minuta e giovane delle quattro infermiere si è avvicinata ad una finestra, scostando le tende leggere e bianche, voltando la maniglia, aprendo entrambi i vetri. L'ho guardata senza espressione, prestando piuttosto attenzione alla posizione di mia madre, sdraiata da chissà quante ore: un tempo era una donna dalla corporatura robusta e muscoli proporzionati, una di quelle che ti fa vedere come pulire a terra per bene, maneggiare una scopa e uno straccio, tenere in braccio tre figli contemporaneamente, aggraziata ed energica. Verso i cinquant'anni aveva persino perso peso, in controtendenza rispetto le sue coetanee in menopausa: le si era assottigliata la vita, e anche il seno era meno alto. Abbiamo iniziato in quel periodo ad affrontare la malattia. I sintomi sono stati fin da subito allarmanti, e nessuno in famiglia li ha potuti sottovalutare.

Negli anni le cose sono peggiorate molto, inanellando momenti meno pessimi a momenti pessimi a momenti decisamente oltre il pessimo. Un pomeriggio le ho fatto visita, come oggi, e me ne sono andata via in cinque minuti netti. Dio Imperatore, anche da demente riesci a farmi saltare le rotelle, mamma! Avevamo discusso, al tempo mi riconosceva e parlava con facilità del più e del meno. Non con gli estranei, che, in linea generale, odiava in massa e immotivatamente. Mi incalzava, insistendo affinché le raccontassi come stava Paul, il mio compagno, Eloise e Joanna, le mie figlie, ovviamente suo marito, nonché i miei tre fratelli. Un resoconto, non dimenticare nulla, aveva detto. Mi interrompeva con domande del tipo 'Ma fa freddo in casa ora o avete sistemato il termostato?', ed io non avevo la più pallida idea di cosa stesse parlando, visto che era primavera, faceva già caldo, e il termostato era in buonissimo stato.

Era mia madre, e pensavo fosse un'ingiustizia doverla accompagnare al cesso a soli 55 anni, imboccarla come facevo con le mie bambine, accarezzarle la fronte come ad un neonato agitato. Mi faceva molta rabbia, e provavo disperazione, pura e distillata e impotente disperazione. Avrei voluto scuoterla, e invece riuscivo solo a prendermela con le badanti o le infermiere di turno. Non mi rimaneva niente di lei, e avevo soprattutto paura di perderla più di quanto l'avessi già smarrita negli ultimi dieci anni, poiché ogni giorno poteva dimenticare qualcosa: il nome dei miei fratelli, o la sua personalità, che molti giudicavano eccentrica, ma che per me era la cosa più facile da comprendere al mondo. Era una persona stupenda, ed era il riflesso in cui mi piaceva specchiarmi, perché aveva la qualità speciale di rimandarmi un'immagine di me bellissima. Mi manca come non mi è mai mancato nessuno, e non riesco a darmi pace: la rivoglio indietro.

mercoledì 21 maggio 2014

The Last Vivienne

Ciao lettori

Vivienne è in modalità organizzazione viaggi low cost. 
All'improvviso qualcosa accade: l'estate è già finita.
E' l'ultima volta che passa di qui: la bambina cammina da sola, lontano da qui. 
Salutate la nostra migliore eroina.

Enjoy.


Sto provando ad organizzare le vacanze, o almeno gli spostamenti per andare in vacanza. Sembra complicato e soprattutto molto più costoso di quanto immaginassimo. Ma i bambini non viaggiavano gratis, scusa? Quelli sotto i due anni, alti meno di un metro e venti, tendenti al biondo e molto carini... No? Ma cosa l'abbiamo fatta a fare!? Vivienne sembra capire quello che sto dicendo, ha l'aria spaventata, come a dire 'Scusa tu, cosa. Ehm, ecco, non fai ridere'. Le accarezzo la boccia che da qualche settimana non è più pelata, massaggiandole il coppino piano; la rilassa o narcotizza, come preferite. Quindi riprendo a paragonare voli e traghetti, b&b e campeggi. Spenderemo una fortuna, gattina, ma la mamma ti porterà in posti bellissimi. Basta non dire a papà tutto tutto tutto. Lascia fare a me, so come fare e, soprattutto quando farlo. Prometti Viv?

Vivienne è cresciuta, senza che me ne accorgessi o che l'aiutassi. Pensavo sarei stata l'artefice di tutto dai suoi 0 ai suoi 12 anni almeno, pensavo sarebbe venuta su come l'avevo immaginata, pensavo di avere potere decisionale. Pensavo molto, devo dirlo, nei primi mesi non facevo altro che ragionare: se le metto la crema dopo che la cambio le irriterò la pelle di burro dolce? Se le infilo un'altra maglia la farò sudare? Se la lascio un attimo da sola in culla la ritroverò lì o a casa dei vicini per un rave? Ero un fascio di dubbi e osservavo la mia bambina, in attesa di risposte. La crema ti piace? Lì sotto fa caldo? Riesci a scavalcare il fortino che hai al posto del letto?
Viv, la mia dolcissima lady di ferro, non mi parlava però: un po' presto per le prese di posizione contro mamma, signorina. Niente, muoveva il boccione che ha al posto della testa a scatti, inseguendo le ombre sul soffitto, sdraiata sul fasciatoio, scalciante e desnuda. Era bellissima, una mattina le ho scattato venti foto: tutte uguali, tutte nudi artistici. Una l'ho inviata a suo padre, 'VIVIENNE, NOTRE BELLE DU JOUR'. Ha risposto con una sua foto, vestito ovviamente, in cui sorride 'CHE BELLA PATATA'. Ci piacciono i doppi sensi scontati, la vita è già difficile così.

Alla fine abbiamo fatto tornare i conti, eliminando la Patagonia e un paio di altre mete competitive per Vivi: no giro sui gayser mami, non so come la prenderei eh. Ci siamo accordati per il nord, il nord dove tira sempre molto vento e piove a scroscio mentre c'è il sole, dove la sera il tramonto scende tardissimo e la luce è tersa e senza filtri. Poi ci butteremo nella bolgia di un festival, dove Viv avrà la possibilità di sperimentare il suo senso di sopravvivenza. Infine ci divideremo: io sola ad acchiappare farfalle, i miei due tesori preziosi al mare dove fa caldo e la sabbia scotta. 'Davvero non ti dà fastidio se vi mollo?', 'No, vai'. 'Chissà quando torno...'. 'Chissà se torni'.

Pazzesco, lui aveva capito prima che ci arrivassi io. Alla fine dell'estate li avrei lasciati, entrambi, perché non avrei potuto legarli a me. Ero tornata a stare male, a sentirmi un corpo ingombrante nelle loro vite, infelice come Jackie Kennedy si dice fosse, al fianco di JKF o di chiunque altro. Non ho trovato il modo di rimanere, una soluzione, un'idea. Ero motivata: amavo lui come non pensavo sarei tornata ad amare, in modo primitivo ed essenziale. Amavo moltissimo lei, la bambina che avevo immaginato tempo prima, quando lui neppure esisteva. Eppure li ho lasciati scivolare via, sul lato impervio del mio carattere, dove il mostro sonnecchia, ma non muore mai. Non mi tenevo insieme, non trovavo il capo dei miei pensieri e non avrei fatto del male a Viv.

Mi ricordo, una sera di questa estate organizzata con fatica e dedizione, che lui mi prese da dietro, mentre osservavo silenziosa e preoccupata l'oceano e la scogliera su cui mi sarei volentieri gettata. 'Stai pensando che, se ora saltassi, staresti meglio. Stai pensando di sfracellarti contro quel masso laggiù, appuntito e affilato, e lasciarmi con un colpo secco. Ma preferirei un'uscita di scena meno tragica. Se credi sia possibile, un finale aperto, che ci permetta di ritrovarci, magari. Che dici? Puoi fare almeno questo per me?'.
Gli dissi di sì, allontanandomi dal precipizio, da lui e dalla bambina che gli assomigliava tanto.

venerdì 16 maggio 2014

Nonna and Mark / A Love Story

Ciao lettori

Parliamo con la nonna, provando a capire un paio di cose. 
Questa volta siamo andati lunghi con le battute: se siete curiosi, le ultime due righe valgono l'intero racconto.

Enjoy tenerezza in te(ne)rrazza.


Gli ho lasciato prendere la parte del letto libera, visto che il letto è grande e una parte libera c'è senz'altro se io ne occupo una sola metà. Chiamasi logica. Ho spostato i tre libri che di solito dormono al mio fianco, il maglione di ErmenegildoZegna ereditato da mio zio, che uso in caso di freddo improvviso, la coperta di lana aggiuntiva che non so dove mettere altrimenti, i vestiti dimenticati la sera prima. Scusa, non vivo sempre così, riesco a fare peggio volendo. Ma sapevo che saresti salito e ho fatto ordine. Mark ci mette un attimo, poi capisce che mi sto divertendo a canzonarlo. 'Mi stai canzonando?', dice esattamente così. Canzonare, canzonare... canzonare hai detto eh? Come parli educato, commenterebbe mia nonna. Ti sei mica presta uno che ha studiato, bambina mia? Che bell'uomo però, lo noto solo ora che si è presentato e mi ha accompagnata a tavola, è un bell'uomo anche. Distinto, gentile, ma parla anche? Se gli chiedo qualcosa risponde o devi dargli il permesso? Accavallo un po' di pensieri a ruota, mentre Mark si sta versando da bere in cucina. Scusa avevo sete, e tu sembravi assente. Ammazza non gli sfugge niente! Comunque, potevi aprire il frigo, invece di versarti l'acqua del rubinetto. L'ho fatto, non c'era nulla. Ma dai, nulla, esagerato... e quello cos'è!? Quello è latte che scade domani. Appunto, il latte fa bene. Senti andiamo avanti ancora per molto o... Mark The Educato diventa Mark The Impaziente di fronte al frigorifero quasi vuoto. Ma hai fame? Perché se sei salito per mangiare, caschi malissimo. No, non mi hai illuso, tranquilla. Avevo capito non mi avresti reso un uomo felice sfornando un ciambellone alle noci. Bene, mi rassicuri, non vorrei iniziare qualcosa sulla menzogna. 'Qualcosa' cosa? Dillo tu. Nooo, dillo tu: 'qualcosa' cosa stiamo per iniziare? Occhio e croce, direi il più grande mal di testa della storia dei mal di testa se continua così.

Non ricordo esattamente chi abbia detto cosa quella notte, benché non avessi bevuto niente; ero sobria e lo stomaco era pieno e noi due ci siamo voluti un gran bene davanti al frigo chiuso e semivuoto. E' stato divertente assecondarlo, all'epoca neppure ne ero consapevole: mi veniva spontaneo, era molto sveglio, possedeva quel tipo di intelligenza che cercavo ma difficilmente mi capitava di trovare, negli uomini come nelle donne. Mi aveva incuriosita, questo raccontai alle mie nipoti una sera estiva di qualche anno fa, vostro nonno mi aveva incuriosita. Sembra strano, ma è stato così. Sapeva cosa dire quando mi vedeva triste, o stare in silenzio se capiva non c'era niente da dire se mi vedeva eccessivamente triste. Le mie nipoti guardavano le foto di Mark, accarezzandone i bordi, attente a non rovinarle. Era un figo, nonna! Ahahah, diciamo che, oltre all'intelligenza, c'erano un paio di altre cose che avevo notato. Ahahah, quali nonna? Quelle che dovresti notare anche tu, tesoro: due spalle larghe, un'espressione irresistibile, un petto forte e non rasato direi. Poi per carità i gusti sono gusti, ma Mark aveva qualcosa che, non saprei, non vorrei venire fraintesa, bambine. Dicci nonna, dicci.

Aveva un'andatura particolare e non odorava di niente. Era appassionato, ma non fanatico. Era informato, ma non noioso nello spiegarmi. Era sensibile, ma sdrammatizzava in un niente. Era forte, ma non disdegnava il mio aiuto se pensava potesse essergli utile. Era realista e concreto, senza mai mortificare il mio animo sognatore. Amava ragionare pacatamente, alzando la voce solo quando la alzavo io, perché diceva che con me, alcune volte, doveva fare il pazzo sennò non capivo. Era avventuroso e sapeva organizzare viaggi spettacolari: mi ha portata in Cile, io l'ho portato nella Parigi che mi aveva guarita molto prima di conoscerlo, lui mi ha portata a vedere le balene, io gli ho regalato un gatto. Ecco, se con 'figo' intendi tutto questo, direi che tuo nonno era il figo più figo che potessi scegliere.

L'hai scelto tu?

Ovviamente, bambina. Ma tua madre non ti ha insegnato proprio niente! Devi sceglierlo in un mare di possibili scelte, e il difficile sta proprio qui. Sarai continuamente distratta da persone apparentemente buone e belle, lupi travestiti per lo più, gente con abiti lustrati e tirati e che sa usare photoshop. Gente che ha letto molto e possiede un'opinione condivisibile su molti fatti della vita, gente che sa cantare e imbracciare una chitarra e mettere insieme un due parole e un ritmo orecchiabile. Cose che tutti, con un po' di pazienza e fortuna, riescono a fare. Vivrai in questo marasma, come è capitato a me.

E come hai fatto nonna, come hai scelto?

La noia, la noia mi ha aiutata moltissimo. Fortunatamente ho sempre dato ascolto alla noia che arrampicava dalle viscere, era il segnale che qualcosa non funzionava. Attenta però, non sto parlando dell'apatia o della routine inevitabile: io mi riferisco al montare di una sensazione di fastidio misto a commiserazione, al prurito che provi di fronte a chi sta recitando una parte, al vuoto che ti lasciano alcuni incontri e, infine, alla tristezza che alcuni volti perfetti e sorridenti rimandano.

Non afferro il punto, nonna. Ti annoiavi quando hai incontrato nonno Mark? E' stato questo che ti ha fatto scegliere?

Oh bambina, come sei tenera. Ma tua madre, cavolo, davvero non ti ha insegnato un emerito cazzo! Vuoi una risposta esaudiente. Mark non mi ha mai annoiata, se è questo di cui stiamo parlando. Mi ha tradita, mi ha allontanata, mi ha fatto male, mi ha illusa e mi ha persino rimproverata. Ma quel tipo di noia, quella di cui parlavamo prima, non l'ha mai suscitata.

Non capisco, scusa nonna ma è difficile: ho dieci anni.

Ti faccio un esempio. Sai quando all'asilo i maschi ti tirano le trecce per attirare la tua attenzione, e tu inizialmente stai al gioco perché ti diverte e pensi che tutto questo tirare porterà a qualcosa, ma poi, realizzando che i maschi ti tirano le trecce perché non hanno niente altro da fare che mettersi lì a tirarti le trecce per passare l'intervallo, tu ti stanchi e gli assesti un ceffone?

Oddio, non ho mai picchiato nessuno nonna.

Madonna, tua madre è un fallimento su tutta la linea! Comunque, ascoltami, la faccio breve: il punto è che alla fine il gioco non ti basterà più, e vorrai un figo che non ha bisogno di tirarti le trecce per farsi notare.

giovedì 15 maggio 2014

Vivienne is my meraviglia

Ciao lettori

Se vi chiedete che giorno sia oggi, oggi è domenica. 

Enjoy Viv allo zoo.


Finalmente il giorno ics è arrivato: gli astri congiunti in posizione favorevole, Saturno a favore, Marte senza ascia in mano, Venere profumata e ammiccante, il Sole alto in cielo. 'Andiamo allo zoo domani, che dici?'. 'Vuoi vedere l'elefante eh, maiala'. 'Ma daiiii! Ma cosa fa!? Ma sta' fermo, Dumbo!'. 'Ah non era una metafora per...'. 'Ahahaha. Oddio ho lacrime.Vieni qui va che mi è venuta un'idea di quelle che ti piacciono'.
L'indomani ci siamo alzati presto, indicativamente saranno state le 11, quando il vicino ha messo a bomba la sigla di quel programma sull'agricoltura e i paesaggi rurali sparsi per il paese, quello in cui alla fine c'è sempre una tavolata di salumi e polente e calamari ripieni piccanti, a seconda della latitudine, e tante signore di una certa età che spiegano quanto sia facile cucinare per venti contadini affamati di ritorno dalla piana il 12 febbraio. Yo mama, I luuuv cookin' for my working men; una roba così.

Pronti via, giusto il tempo di prepararci, e dopo due ore - carburiamo lenti la domenica, eravamo in coda all'ingresso dello zoo. Io, lui, Viv nel passeggino ancora in hangover: 'Ti prego, ripigliati. Guarda gli altri bimbi, guarda come sono pimpanti, sono quasi le due del pomeriggio, cos'è quella faccia da panda!?'
Penso questo mentre la osservo al fianco a due poco più che neonati che se la ridono beati, scambiandosi affettuose manate di saliva e altro sui golfini, mentre Vivienne sembra scrutare l'orizzonte in fissa, turbata dalla classica domanda che tutti i bambini sotto i dodici mesi si fanno 'Cosa ne sarà di me? Cosa per dio?'.

Passeggiando tra gli animali, noto che la sua attenzione è rapita dal micione arancione e nero che, esattamente come Viv qualche minuto prima, sonnecchia svogliato con la faccia spiaccicata al vetro della gabbia. La tigre. Qui la mia bambina si riprende di scatto, un sussulto di vita nelle sue vene, una scena da invasata. 'Tttttttigheeee oooohhh tttttighe ooooooohhhhhhhh tttttighe ooohhh': va avanti così per cinque minuti, commossa di fronte al felino che non se la fila. Lei è andata, partita, non ci sta dentro, e mi vola quasi fuori dal passeggino. Suo padre la prende in braccio, la avvicina al vetro: orgoglioso come un imperatore romano di fronte al suo regno sconfinato, la sta esibendo al popolo in festa. Lei ormai è in preda alle convulsioni: 'Mammmmma ttttighe ooohhh, mammmma mmmmmaaammma tttighe ttttighe...'. Mi indica col ditino, mi sorride come un girasole giallo e altissimo verso il cielo, mi strappa un sorriso mentre mi chiama per condividere questa emozione che la sta facendo scoppiare. Mi avvicino, e sento il suo cuore che sbatte forte sotto la felpa: 'Si, si, la tigre. La vedo, la vedo. Bella tigre, bella tigre'. Vivienne è in acido, e per l'emozione fa la cacca.

Il pomeriggio prosegue lento: i leoni non ci sono, un cartello ci avvisa che sono malati e questo innesca una conversazione inverosimile tra me e il mio compagno, su come uno zoo gestisca l'emergenza sanitaria quando ha un branco di leoni e leonesse affetti da virus intestinale. Viv non segue il nostro discorso da premi Nobel, e inizia a mangiarsi le mani con foga. Estraggo il kit del viaggiatore goloso, sedute su un tavolo in legno massiccio all'ombra di un albero abbastanza grande per ripararci tutti e tre, e le do quello che in casa chiamiamo 'il rancio, la sbobba, la delizia di Vivi: mela grattuggiata e yogurt senza zucchero! Non capisco cosa ci trovi in questo miscuglio di sapori e consistenze, ma lei lo adora e il pediatra mi ha detto che se lo mangia, significa che le fa bene.

Siamo sfiniti a fine giornata, e salutiamo a mala pena il signore che ci fa una foto all'uscita, per la pagina fb dello zoo. 'Sapete è il marketing, ma se non date il consenso non pubblichiamo nulla. Tranquilli'. Il mio compagno gli risponde che, se siamo venuti bene, può postare qualsiasi cosa. Siamo tre vanitosi, della privacy non ci frega molto, dice. Il signore ride, ma non è una battuta.

Due giorni dopo vado a controllare facebook, e trovo una foto con già qualche Like. Taggo tutti, eccetto Vivienne che non ha un profilo ancora. L'apprezzamento s'impenna, ma so a chi assegnare il merito. Viv è fotogenica e qui sta ridendo mentre suo padre le sta mordendo l'orecchio, facendole il solletico con la sua pellaccia. Ci sono anche io, venuta benissimo, che li osservo rapita dallo stesso stupore che la tigre suscita in Viv. Siamo a 50 Like, e un tizio ha commentato 'Meravigliosi'. Già, me lo ripeto lentamente anche io, my meraviglia.

domenica 11 maggio 2014

Our Ordinary Life since Vivienne is in the house

Ciao lettori

Se scavalliamo il record di storie scritte in un mese, ci premiamo con un viaggio, una mela Golden, una borsa color cammello vista un mese fa a Brera e qualcosa che abbiamo finalmente capito desideriamo più della mela, e un pelo meno della borsa. La motivazione non dovrebbe mancarci.

Enjoy! con tanti punti esclamativi quanti ne mettevate fino a 13 anni (poi spero abbiate imparato che uno solitamente basta, e rende l'idea).


Siamo sedute ai giardini vicino casa ed è quasi ora di rientrare perché fa freschetto e non le ho messo le calze. Il mio compagno si era raccomandato, prima che uscissimo, di non esagerare col look moda mare primavera. Ma dopotutto c'erano 27 gradi alle tre del pomeriggio, Vivienne aveva il collo tutto sudato e faceva le bolle tra le pieghe di ciccia delle bracciotte che le mordiamo ogni mattina prima di addentare la vera colazione. Sembriamo la vecchia famiglia del Mulino Bianco in quei dieci minuti, appena svegli, con le persiane socchiuse e il rumore del caffè che esce dalla moka perché nessuno dei due si ricorda di spegnerla e Viv è certamente una babylady abbastanza sveglia, ma col fuoco e i fornelli non ce la faccio ancora giocare.

Primo bacio per Vivienne, che sorride e piange contemporaneamente se è su di giri, e quindi 'attenzione a come ti avvicini che scateno l'inferno al mio via, mami'. Bacio per lui, che è tanto carino mentre si gratta. Bacio per me, che me lo merito sempre più di tutti qui dentro, visto che sono la cronometrista delle nostre mattine 'fast and furious'.

Nutro lei, trucco il mio viso, cerco le scarpe di lei, faccio finta di rifare il letto ribaltando le lenzuola dall'altro lato. Lui è già uscito, e Viv gli ha regalato il sorriso che riserva solo a suo padre, nonostante sia io quella che la scarrozza al parchetto per allargarle i polmoni. 'Oh papà, come sei bello papà caro, come sei grande papino, come sei pulito e profumato, che bel sorriso che hai, come il mio cavolo!, e che animo forte e incalzante, e che spirito intelligente e arguto, e...'. Interrompo l'idillio dei due cervi, ricordando a lui che in serata dovrei andare a correre, da sola, al solito giardino di merda a due passi da casa; giusto per ritrovare la forma fisica. I due pensano sia impossibile che far finta di correre mi aiuterà a ritrovare qualcosa che non ho mai posseduto, e continuano a scambiarsi le fusa che il caldo primaverile evidentemente aumenta. 'Papino non andare al lavoro, stai qui che la mamma mi porterà fuori infilandomi il maglioncino verdino traforato che pensa mi stia bene e invece fa a botte col colore dei miei occhi lucenti. Vestimi tu, ti prego'. Il mio compagno ha un'immaginazione pari alla mia, e finge di farla parlare così, muovendole le braccia, come se Vivienne stesse tenendo un'invettiva. Li guardo dal bagno in fondo al corridoio, urlando 'Di' a papà di fottersiiiiiiiiiii'. 'Oh mamma, che caratteraccio! Se hai dormito male, non prendertela con l'uomo che mi ha regalato il suo dna e questo charme da parigina anni venti che canta sulla rive gauche', continua lui. 'Di' a papà che quello col dna francese non è lui qui dentro, e che si muovesse ad andare al lavoro che qualcuno dovrà pur mantenere il tuo culetto charmante, amore'. Me lo trovo dietro lo specchio, con la bambina in braccio 'Credo abbia sganciato, ma cosa le diamo da mangiare cazzo!?'. Pensavo si fosse avvicinato per baciarmi come l'uomo ragno Tobey Maguire, cioè a testa in giù, calandosi dall'alto, come nel film... e invece.

Mi volto con il mascara tra le mani, afferrando la babybomba piena di materiale radioattivo. 'Di' a papà che se vuole può stare con noi stamattina, chiamare in ufficio e darsi malato, coccolarci fino a che non gli faranno male i polpastrelli delle mani, stare a piedi scalzi e jeans tutto il giorno, pranzare con i toast farciti di prosciutto e una coca cola col ghiaccio, appisolarsi attorno le quattro, e contare quanti chili di cacca riesci a fare in meno di nove ore. Diglielo su'. 'Papà dice che gli piacerebbe tutto, eccetto la storia della cacca che, non dire falsità mamma per cortesia, ha il profumo di violette e roselline di campo'.

Ci baciamo tutti e tre, e sembra impossibile che tutto accada in massimo venti minuti.