lunedì 25 luglio 2011

THE MODERN AGE

Possiamo stare sdraiati tuuutto il pomeriggio. E' domenica, e la domenica è il nostro giorno. Mentre il Signore si riposa, noi cazzeggiamo. Unico sforzo (condiviso): spostare i nostri sederi dal divano al letto. A/R, quante volte vogliamo. La tua maglietta già bianca, oggi grigina, mi ricorda che quando siamo vestiti così, spalmati così, spettinati così, tu di solito attacchi con la storia 'quella volta che'. Io, che ho deciso sì di amare solo te nessun'altro che te, provo a sforzarmi, ma quando parti con gli aneddoti della tua vita A.M. (ante madda), mi rompo. Sono sempre uguali. Divertenti, con uno che a un certo punto si ubriaca tanto da vomitare addosso a qualcun'altro, e con bellissime tope che fanno tantissime robe. Quindi fingo di ascoltare, e inizio a pensare a quando ho deciso di amarti. Stavo compilando un modulo incompilabile, picchiettando la BIC sul foglio a tempo di musica. Erano circa due giorni che pensavo solo al tuo viso, e al sorriso in mezzo al tuo viso. E quanto fosse gentile quel sorriso, e pure quel viso, in mezzo ai maleducati cui mi toccava sorridere.

Quindi è così che oggi siamo qui, molli sul materasso. Io picchietto i polpastrelli sulla tua schiena, mentre tu fischietti quella canzone che un giorno dava il ritmo alla mia BIC. Con quel sorriso così gentile, che sì, posso resistere al 1200esimo 'quella volta che' senza riportare ferite gravi.
http://www.youtube.com/watch?v=cfamwv1kR4M

giovedì 14 luglio 2011

ONCE WE WERE STRANGERS

Ehi ...ehi ciao! Quanto tempo...

Grace alza la testa,le mani fruganti nella borsa. Cercare le chiavi della macchina diventa un'impresa dopo la seconda birra per lei. E il chiaro del lampione non l'aiuta. Però Grace è sveglia, cioè una tipa davvero molto sveglia, e la voce che l'ha appena salutata la riconosce. Due mesi che non la sente, ma la riconosce.

Marco? Marco!? Marco! Madonna mia, ciao! Cristo sì, un casino di tempo davvero.
Come stai? Che fai?
Sto cercando le chiavi della macchina da tipo un quarto d'ora, ma sto bene. Nonostante sia possibile le abbia perse, le chiavi dico...
Ahahaha. Sei sempre una mina cazzo...
Immagino sia un complimento.
Immagini giusto...

Imbarazzo cosmico. Come quando un collega va al bagno dopo di voi, e voi siete costipati. Come alle casse fai da te al supermercato, e il codice a barre dello yogurt non si legge, e dietro di voi una fila che neppure l'A1 direzione sud in agosto.

Sei sparita.
Io? Ahahaha, sei simpatico ammazza.
Ma sei sparita sul serio...

Grace pensa. Rotelline in moto, ingranaggi lenti, flashback. Allora: ci conosciamo a casa di Monica. Ci sentiamo. Ci vediamo. Usciamo. Facciamo roba una, due, tre e (se ricordo bene) anche quattro volte. Lo chiamo. L'utente non è raggiungibile. Gli mando sms. L'utente non sa leggere. Faccio le fusa. L'utente  non coglie. Divento esplicita. L'utente, evidentemente, non gradisce. La pianto, incasso il colpicino, vivo due mesi senza vederlo. Fino a questo venerdì sera, ore 00.25, parcheggio del locale in cui ho riso come una pazza con una vecchia amica.

Marco, ricordi male mi sa. Sei tu che sei sparito. Puf! Adios amgos! Dasvidanje!
Ma volevo chiamarti, volevo sentirti, volevo...
Ma non l'hai fatto.
E' complicato.
Gnaaaaaaaaa, ti prego no. Non spiegarmi, non dirmi, non raccontarmi. E' ok, è tutto ok. Non pensavo di presentarti a papà, non ho immaginato un figlio con i tuoi (bellissimi, cazzo) occhi.
Stavo con una, è per questo che sarebbe stato complicato vederti. Cioè rivederti.
Davvero, ascolta. Non mi interessa. Sei un gran figo. Ho bellissimi ricordi. E penso di avere un tuo maglioncino da qualche parte. Ma come oratore fai cacare. Sei imbarazzante. Non voglio sapere perché non mi hai risposto; perché è talmente evidente il motivo per cui non l'hai fatto, che sentirselo dire - credimi , sarebbe un'umiliazione grossa come il 3--- che presi in chimica in terza liceo.
E se adesso invece ci vedessimo? Quando vuoi, se ti va, un caffè, una pizza...

Grace, sveglia come una volpe il giorno della battuta di caccia, scuote la testolina sudaticcia. Non può fare così caldo, non è umano. Non è sopportabile, non all'una di notte, non con davanti uno che mi ha scagata per una fidanzatina che ora non ha più e che finge di non avermi gentilmente accompagnata alla porta dopo le tre (o quattro? Bah!) volte che è salito in casa. 'Grazie, e arrivederci signorina. I miei ossequi alla famiglia!'.

Marco, non per fare la stracciacazzi, ma questa conversazione non ha senso. Ti sei dato alla macchia sessanta giorni orsono, evitandomi come la guardia di finanza. Ci incrociamo per caso nella sera più calda dell'estate, puniti entrambi da Dio con 30 gradi e l'88% di umidità nell'aria, e arrotoli il nastro chiedendomi se mi va di bermi un caffè? WHY?

Marco la guarda. Ha esattamente gli stessi occhi che aveva la prima volta che l'ha guardata; gli stessi zigomi, le stesse mani, le stesse ginoccia. Nulla è cambiato da allora, quando 'ciao, sono Marco, tu?' finì in 'ehm sali da me dai'. Grace, invece, era sfattissima: sudata, struccata ormai, avrebbe giurato persino un po' puzzolente. E sì, lo guardava anche lei. E sì, avrebbe voluto anche lei.

Ho capito va... lascio perdere. Scusa se sono sparito comunque.

Coda tra le gambe, orecchie basse, tono lasgnoso. Nooo. Non ci credo. Nooo. Il carnefice è diventato vittima.

Eheheeh, no aspetta un attimo bello. Adesso non fare il Bambi bastonato dai bracconieri. Non provarci...
Grace, ho capito. Non insisto, e capisco che non sia esattamente la condizione ideale per, ecco, riprendere il filo. Nessun problema, prendo il due di picche.

Stato confusionale per Grace. Marco Coso, quel grand figlio di, rivolta l'omelette.

Ohi aspetta! No, senti, non ci siamo capiti credo. Non sono io a smollarti qui. Non sono io a fare la figa di legno. Non sono io a strapparmela. IO avrei voluto, tu no. Non fare il cagnolino bagnato sotto la pioggia adesso, non farmi passare per la zitella acida che non te la dà. Non farlo eh...

Marco, il tipo che l'aveva fatta ridere con l'imitazione di Jerry Lewis dopo averla trascinata nella sua tana, che l'aveva baciata fuori dal portone come si farebbe con le brave ragazze dopo averle accompagnate al cinema, e che aveva criticato il suo senso estetico per i pigiami ('Grace questa cosa non è un pigiama..'), aveva ripreso a guardarla.

Grace, ti va di uscire? Risposta secca please.
Sì. Mi andava di uscire cazzo.
Adesso, Grace. Adesso, ti andrebbe di uscire? Sì o no, facile.
Marco...
Grace, per favore. Rispondi.
Allora no. Non mi va. Non mi va di ammiccarti, di sorriderti, di compiacerti. Non mi va neppure di scopare, fa troppo caldo anche per quello. E non mi va di fare refresh. E, anche se sei un amabile figlio di buona donna, non mi va di giocare al gatto e al topo. Mi andrebbe invece un ventilatore, un ventaglio, una granita, un lago di montagna, un torrente, un temporale. Mi andrebbe una cosa normale, uno normale, ad una temperatura normale. Ciao adesso, è tardi e se non mi butto a letto svengo qui.

martedì 28 giugno 2011

JOHNNY BOY IS OUR KID

Mi preoccupo Sam.
Per cosa?
Per Johnny.
Johnny Boy va alla grande, Emma.

Sam fuma in veranda. Davanti un campo pieno zeppo di granturco, pronto per l’estate. Il verde intenso, poi il blu del cielo, pronto a diventare nero notte. La pace di casa, pensava Sam, è una cosa impagabile. Il fresco della veranda, fuori, mentre Emma legge l’ennesimo saggio di psicologia, è quello che il Signore Dio Nostro intendeva con ‘e adesso che è il settimo giorno, mi riposo’.

E’ sensibilissimo Sammy, scoppia a piangere per un niente, non sopporta gli scherzi dei compagni di scuola, ed è incapace di difendersi. Né a parole, né con le mani. Non fa a pugni, non si mischia. Piuttosto che sentirsi a disagio, mi sta attaccato alla gonna per ore.
Ha sei anni Emma. Non mi sembra una cosa grave…
Ho la sensazione che non voglia crescere...
Adesso per favore piantala, non dire stronzate.
Lo sento, sono sua madre. E quando mi fissa, implorante, prima di lasciarlo entrare in classe, o durante una festicciola tra amici, io so cosa significa.
E cosa significa? Dillo anche a me, cosa significa, per piacere.
Mi guarda, e non piange subito. Ogni volta è una punizione. Mi lascia la mano sudaticcia, che fino a qualche secondo prima stringeva fortissimo, poi si allontana, sceglie la posizione più difficile da raggiungere a colpo d’occhio, e da lì mi osserva. Non mi dà scampo, e non distoglie mai per primo lo sguardo. Poi piange…
Emma la tua immaginazione migliora di anno in anno cazzo. Dovresti registrarti. Anzi no, dovrei farlo io. Nessuna madre, neppure  la paziente che ho avuto qualche anno fa, quella che credeva che il figlio l’avrebbe ammazzata nel sonno a colpi di carillon, riusciva a raccontare così bene le proprie fantasie.
Che saccente del cazzo che sei Sammy. Vai a fanculo tu, la tua clinica per i pazzi, e le tue madri ossessionate. Sei un coglione… - Emma si alza veloce, urta contro la gamba del tavolo, lascia cadere il saggio di psicologia.
Signora, la prego, torni qui. - Sam urla canzonando la voce del medico di corsia, sa che Emma fa sul serio, e non sarà facile riprendere il discorso.

La cucina pulita è un sollievo per Emma, il profumo dello sgrassatore passato sui fornelli la aiuta a trovare l’equilibrio. Apre il rubinetto, bagna i polsi, strofina la faccia accaldata.
Ehi signora, dico a lei. Mi scuso per la mancanza di tatto del Dottor Sam, prima, in veranda… Sa, quando riceve a casa il dottore si fa prendere la mano. Ma ci teneva a dirle, testuali parole, che ogni sua preoccupazione lo rende molto, molto, molto infelice.

Sam raggiunge Emma di fronte al lavello. Il sole quasi tramontato riflette un raggio sottilissimo sul lavandino in acciaio. L’ultima luce del giorno aiuta i due a parlarsi con calma.

Ehi. Cosa c’è? – Sammy passa la mano sul lavandino. Mhhh, fresco.
Emma non vorrebbe parlare, preferirebbe Sam capisse senza spiegazioni.
E’ doloroso. Sento che qualcosa non va. Lo sento. Non te lo so spiegare, non ho prove, non ci sono episodi evidenti, ma a me basta guardarlo e ho la certezza che qualcosa non sta andando. Tu sei un dottore, non puoi capire…
Io sono anche suo padre. E soffro come te.
Ma allora perché fai finta di niente?

Sammy è esausto. Insieme, lui ed Emma, hanno affrontato questa discussione  milioni di volte. Eppure non sono le parole passate a pesargli, quanto quelle future. Uguali a loro stesse, pensa, forse all’infinito.

Emma nostro figlio è malato. La sindrome di Down è una malattia. Può e potrà fare tantissime cose, non gli mancheranno le occasioni, e saremo presenti come ogni genitore vorrebbe esserlo per il proprio figlio. Ti prometto che staremo attenti, vigili, in ascolto. Ma tu lotti contro i mulini a vento, hai intrapreso una battaglia impari. E questo logora ogni momento passi con Johnny Boy.

Sam fa un pausa. Sa che il carico, a questo punto, potrebbe spezzare la schiena fragile della moglie.

Ma non è un problema di Johnny. E’ il tuo problema, ora, che ti rende così. Intrattabile, perennemente preoccupata, ansiosa ed ansiogena. Lui lo avverte, hai ragione. Sente la tua paura, ma non la capisce. E il motivo, amore, è sempre lo stesso. Il nostro Johnny non sa che gli altri bambini sono diversi da lui, non conosce ancora né la parola né tantomeno il significato di ‘normale’, non si paragona 24 ore su 24 ai suoi amici. Fa fatica, è vero, non è come il compagno di banco e rimane sempre indietro nella corsa. Ma Emma, questa è l’unica vita che vivrà il nostro ragazzo. E sarà la migliore in assoluto. Lo giuro.

Emma scuote la testa, abbraccia Sam per la cintola, lascia cadere il viso sulla spalla del marito. Fuori il verde del granturco ormai è nero, si sentono i grilli, le zanzare pungono. Johnny Boy dorme, la sua giovane mamma ritrova un po’ di serenità, il papà veglia su entrambi. Buonanotte.

domenica 5 giugno 2011

APPLE PIE

E' facile?
No.
Ma posso imparare?
Certamente.
Mi insegni?
Guardami.
E basta?
Chiedimi.
Quando voglio?
Trova il momento.
Come?
Guardandomi capirai.
E se sbagliassi?
Mi faresti arrabbiare. Ma non esiste altro modo.

Ricordo questa conversazione, perché è stata una delle poche avute con mia madre, Charlotte. Portava i capelli raccolti in una foltissima coda di cavallo alta e stretta. Un cerchietto spesso, color verde acqua, per non lasciar cadere neppure un ciuffo. Le mani nella pasta molle e appiccicosa, color giallo uovo. Il sorriso del sabato mattina. Non ho mai imparato a fare la torta di mele, ma so chiedere aiuto quando ne ho bisogno. Sintonizzando il tempo, trovando il ritmo, senza provare vergogna, umiliazione o inadeguatezza. Sono diventata moglie e madre dopo una lunga ricerca, che oggi continua ma non più in solitaria. George l'ho scovato dopo un po' di tentativi, senza avere una direzione precisa. Lui sbaglia ogni volta che non si ricorda quanto zucchero voglio nel caffè. Anzi, neppure me lo chiede se voglia il caffè a dirla tutta. Non capisce se il mal di testa è dovuto al lavoro, ai bambini, o a lui. Così chiede scusa quando non ce ne sarebbe alcun bisogno, e fa casino quando dovrebbe calmare la bestia. E' di indole calma, ma so come farlo incazzare. Quando litighiamo mi scaraventerebbe giù dal balcone, direzione tangenziale. Ci diciamo le peggio cose. Poi uno dei due decide che basta, adesso facciamo pace.

E' sempre bello, nonostante i capelli non siano più ricci come un tempo e il sorriso non sempre pronto. Mi guarda meno, forse perché mi vede sempre. Non esterna in pubblico, abbraccia poco, bacia ancora meno. Credo sia imbarazzo. Educazione. Senso del pudore. Riservatezza.

Non c'è nulla di speciale in lui, se non quando mette su i Kings of Leon, una volta ogni tanto. Sa che mi piace, e saperlo mi rende felice. Di quella felicità scema, che supera ogni tipo di lista possa mai fare per decidere di lasciarlo. O di odiarlo perché non sa quante zollette voglia nel caffè.

lunedì 30 maggio 2011

Big girls don't cry

Una storia di fine primavera anomala. Per il caldo e gli acquazzoni estivi a Milano.

Ciao tu, sei nuova? Dov'è la tua mamma? Sei venuta sola? Ma ti ha lasciato l'autorizzazione firmata... ce l'hai eh?

La guerriera è infastidita al 'ciao tu'. Sospira, socchiude l'occhio blu mare, deglutisce, morde il labbro inferiore, muove il nasino su e giù, fa il palloncino con la Big Babol. E' stata eletta, ha vinto democraticamente, sarà avanti a tutti, dovrà spiegare e portare pazienza.

No, non sono nuova. Sono della seconda D, come Domodossola. E sono qui da sempre, da quando non mi cacava nessuno per darle un'idea più precisa. Poi il tanfo si è alzato, un giorno di non ricordo quale anno, e io avevo con me mollette per tapparsi il naso. Non sono particolarmente dotata, non sono trasandata apposta, non sono una gatta morta. Mi hanno scelta loro, credendo sia facile ora. Sbagliano, ma non glielo dirò. Adesso saranno cazzi. Lacrime e sudore, ciccia. Messico e nuvole, la faccia triste della rivoluzione. Dovrò fargli capire che non organizzerò concerti gratis ogni fine mese, e che qualcuno dovrò farlo incazzare. Lascio che festeggino, perché sudati mi piacciono di più. Da domani tutti a novanta. La tera l'è basa (la terra è bassa) dicono in mezzo alla piana. Avrei evitato di farmi il mazzo, ma qui intorno ci sono troppi agnelli da fare crescere, e i lupi non li ho ancora scovati tutti.

Pausa di silenzio, sorriso aperto, brufolo adolescenziale alla luce del sole.

Essere così consapevole è una tortura. Ha reso la mia vita sempre più complicata, non sono mai stata capace di non capire prima, intuire, cogliere. Non sono intelligente, ma emotivamente sviluppata. L'insignificante qualità congenita è diventata lo scudo dietro il quale ora tutti si riparano. Il sole picchia porca boia, e capisco che i più vogliano riposarsi. Dovrò lasciarli cadere invece, levare il riparo, spingerli a camminare. Ripeto, faremo molta fatica e solo essere amorevoli ci renderà migliori dei nostri padri. Amo tutti, ma torturo senza sforzo all'occorrenza. Non perdono, non sorrido alle telecamere, ma accarezzo sempre i cagnolini a bordo strada. Scodinzolare è un segno di empatia, non crede?

domenica 22 maggio 2011

Clara's Letter

Presa da delirio di onnipotenza, sopravvaluto di certo le mie capacità da giovane Salinger in minigonna.
Un po' come fece lui, Clint 'Fucking' Eastwood (cit. da uno status di un amico mai dimenticato. Genio!), girando 'Flags of Our Fathers' prima e 'Letters from Iwo Jima' poi, in questo post sono Clara, moglie di Alberto:uomo, marito, padre di queste storie 
SE FOSSI UN UOMO (PARTE PRIMA)
SE FOSSI UN UOMO (PARTE SECONDA)

Se credete stia esagerando, fermatemi prima della trasformazione dell'acqua in vino.


Alberto,
ti chiedevo ieri a che ora saresti uscito per andare a prendere quelle cose (non so quali, ma delle cose) che avevi dimenticato a casa di tuo fratello qualche giorno prima. Mentre te lo chiedevo, mi sono sentita male. Più del solito. Lo stomaco chiuso, il senso di nausea, il fiato corto. Le mani sudate, il formicolio improvviso, la voce spezzata. Avrei voluto piangere, davanti a te, in pantofole. E poi ridere, perché quella scena era troppo ridicola anche per una come me. Invece non ho né pianto, né riso. Ho immaginato una vita fatta di cose che non fossero solo tue, ma soprattutto mie. E non ho visto nulla.

Sono infelice Alberto, lo sono da tanto. E tu fingi di non vederlo. E io non sopporto la messa in scena.

Continui ad amarmi come quando alzavo la mano durante le lezioni di Estetica e mi fissavi il seno sotto la maglietta. Con gli stessi occhi mi chiedi di starti vicino, con le stesse mani mi abbracci durante le feste comandate, e con le stesse parole mi fai ridere fino al soffocamento.

Ebbene: le lezioni di Estetica sono lontane, i tuoi occhi vedono quello che immaginano, le tue mani mi spingono con amore, ma non aspettano. E le tue parole sono sempre uguali. Credi di capirmi solo perché accenno un sorriso, ma una fossetta, per quanto carina, rimane muta.

La mia fragilità ha finalmente il sopravvento.
Mollo il colpo, lascio la presa, rilasso la mandibola, abbandono il campo da gioco.
Peccato sia tu a pagarne il prezzo più alto.

sabato 21 maggio 2011

Se fossi un uomo ... (parte seconda)

Torniamo ad una storia passata.
Se fossi un Uomo, un Marito, un Padre
Che ho molto a cuore, e che maneggio con cura. 
E' faticoso scriverla, sebbene immaginarla sia stato molto semplice. 
Scrivo, leggo, cancello, riscrivo. Una, due, tre volte.
Come tutte le storie, leggetela con amore. 


Dopo Lidia, arrivarono Giulia, Elena e Maddalena.
Lidia, la maggiore, testarda e cocciuta. Anni 27, lavoro precario. Fidanzato “c’è, non c’è”. Voleva fare l’avvocato. Quindi Legge. Praticantato. Esame di Stato. Poi cambio di rotta forzato:  abbandona il prestigioso studio, aspetta un figlio. E’ di Giacomo, solo che Giacomo non lo vuole. Lidia si procura l’ennesima cicatrice, Giacomo puf! sparisce, Lidia torna a stare con me e Clara, e diventa mamma.
Giulia, la seconda, anni 24. Operaia in fabbrica dall’età di 19, appena finito il liceo. Il tempo di un’estate in Grecia con i compagni di classe, poi turnista per 8 ore al giorno. Per scelta sua, che si annoiava sui libri, che andava al cinema per pomiciare con il suo amore di sempre, Marco, e che sorrideva come Clara: gengive in mostra, fossetta sinistra pronunciata, occhi strizzati. Amava Marco, e questo le bastava. E questo bastava anche a noi. La nostra seconda figlia, quieta e gentile, romantica e sognatrice, sapeva quello che voleva, trovava sempre le parole per comunicarlo, convinceva con la pacatezza del suo sorriso.
Elena, la terza, 23 anni di pura stronzaggine. Sembrava una zingara, una gitana. Per Laura, la nonna paterna, non era neppure figlia mia. Clara non si scomponeva:” Oh Signora Laura, ma come. Non vede, è uguale a lei. Bella come lei, con lo stesso carattere. Certo che è figlia di suo figlio”. Capelli sciolti e lunghi, scuri come la terra bagnata dopo il temporale, ma soprattutto occhi languidi. Sempre e comunque, anche con il postino al mattino, diceva nonna.
Maddalena, 15 anni. L’ultima, non cercata, arrivata nello stupore generale. 
Sono incinta. 
Tu cosa?
Sì, come le tre volte prima. Hai presente, ricordi? E sinceramente non so se io ... 
Non sai cosa scusa? 
Se lo voglio, adesso, così, di nuovo, ancora. 
Stai scherzando? 
No che non scherzo. 
E se fosse un maschio stavolta, eh!? Non sei curiosa di vedere se finalmente ci riesce l’erede al trono? 
Dai scemo… 
No, dai tu. Cosa c’è? Cosa non va? 
Ma Alberto! Ma cazzo sono passati quasi dieci anni dagli ultimi pannolini, e se ci penso sono ancora stanca. Finalmente siamo noi due, finalmente le ragazze sono grandi, finalmente… 
Finalmente avremo un figlio. 
Non hai ascoltato una parola di quello che ho detto.

In aprile nasce Maddalena. Non un erede al trono, non un moschettiere, non uno Zorro. Ma per me è uguale, la cullo di notte, la cresco come le altre. E Clara si ammala, da subito. 
Quella bambina, per lei, è un peso. Non la voleva, non la vuole, non la vorrà. Tiene duro però, la accompagna a danza, la porta in piscina, le ricama il nome sulla biancheria da campeggio, le corregge i compiti.
E' fatta di roccia la mia sposina: moglie e madre, master and commander. Regge. Resiste. 
L'avevo scelta per questa sua inspiegabile qualità: più duratura della bellezza, più affascinante dell’intelligenza, più travolgente dell’ironia. Mi convinco che non ci sono figlie che Clara non possa sgridare, pulire, sistemare, abbracciare.
Lascio che Maddalena la sfinisca, le tolga il sorriso, le rubi le parole. La piccola diventa grande, Clara diventa cattiva. Discutiamo, la faccio piangere, mi fa imbestialire. Una , nessuna, cento sere. A ripetizione.
E così, scelgo di non curarmene. Lavoro sodo, rido altrettanto, non lascio spazio al dolore di mia moglie. Che mi guarda, non mi perdona, e progetta la fuga. 

Clara se n'è andata una mattina che non saprei dirvi se più o meno calda delle altre. Non ricordo come fosse vestita, non so neppure se avessimo litigato la sera prima. Non ho notato segnali, non ho capito un cazzo. Mi è scivolata tra le mani, mentre guardavo la televisione, guidavo verso casa, leggevo il quotidiano. Continuo ad amarla molto, pur non capendo il perché.